Renegade Hunter

 


S&J: Questo racconto era in realtà nato come una one shot, ma poiché la storia, che mi ha coinvolta molto, si è alquanto prolungata, ho deciso di scinderla. Purtroppo, tuttavia, non ho idea di quanto ancora proseguirà... Mi lascerò, io medesima, sorprendere da me stessa...
Tanto per cambiare mi tocca ringraziare la mia amatissima-over-all Sis Aby-chan, senza la cui approvazione non avrei il coraggio di pubblicare questa cosa...

 

Part Two - The Journey

 

“Come sta?” fece una voce cheta e suadente.
“Mh, credo che si stia riprendendo, ormai. Ha fatto una bella dormita.” Ripose una seconda voce, profonda, e che già aveva sentito altre volte.
Lentamente, le riuscì di sollevare le palpebre. Senza rendersene quasi conto, dopo che quel giovane bruno dagli occhi neri e profondi l’aveva accolta fra le proprie braccia salde, aveva rilassato le membra ed era svenuta. Solo allora iniziò a realizzare che aveva incontrato quello stesso ragazzo nella piazza, quando, avviluppata nel proprio travestimento, si era scontrata con un misterioso vecchio decadente, che quest’ultimo aveva ricondotto con sé chiamandolo “zio”.
Ma ciò che le si presentava ora era tutt’altro che un putrescente viso anziano ed ammalato. Due occhi chiari come il cielo terso di primavera scrutavano il suo volto in maniera carezzevole, da dietro due ruscelli di scuri crini sciolti che arrivavano a lambirgli le guance. Sul volto era disegnato con precisione meticolosa un pizzetto sottile, ed una profonda e appariscente cicatrice segnava la sua mascella destra.
“Buongiorno...” sussurrò con un sorriso che non seppe interpretare.
Si rialzò di scatto a sedere sul letto che temporaneamente la ospitava.
“Tu! Tu... tu sei...” iniziò con relativa aggressività, sentendo poi i sensi affievolirsi nuovamente.
“Piano, piano, dolcezza... non mi sembri ancora abbastanza in forma per cercare un’altra volta di ammazzarmi, sai?” disse con tranquillità, appoggiando le mani sulle sue spalle e facendola sdraiare nuovamente.
“Cos’è successo? Che ci faccio io qui... con te?” mormorò spaesata.
“Abbiamo rischiato di cadere in una bella trappola imperiale... quasi mi stupisco di te, sai? Il tuo travestimento era perfetto, ammetto che io stesso non ti ho riconosciuta, quando ci siamo scontrati... come tu, del resto, non hai riconosciuto me...” sorrise e le accarezzò la fronte.
“Ora capisco... mi hai salvata per non lasciarmi cadere nelle mani imperiali senza ricavarne un profitto!...” intuì lei, storcendo la bocca.
“Diciamo che questo è abbastanza esatto... aggiungi il fatto che stavano cercando di fregare anche me. Farsi soffiare la preda sotto il naso dev’essere stato un bello smacco, per il tuo amico Seymour...”
“Non è mio amico!” precisò lei, facendo uno scatto con il collo al fine di liberarsi dal contatto che la mano del cacciatore ancora manteneva sul suo volto.
“Sì, a questo appunto ci ero arrivato anch’io...” fece con un altro sorriso, recuperando da una tasca un cilindretto di tabacco, portandoselo alla bocca e accendendolo con l’ausilio di un minuto accessorio cavato dal medesimo fodero.
La ragazza lo osservò inalare una lunga fumata, ed espirarla con una certa eleganza naturale. Per un istante pensò che i suoi movimenti erano sconcertantemente perfetti, poi impiegò tutta sé stessa per scacciare e cancellare quelle fugaci figure comparse per pochi secondi alla sua immaginazione visiva. Doveva fare di tutto per renderselo di nuovo insopportabile.
“E ora che farai? Mi consegnerai inventandoti che hai sconfitto il mio “salvatore”?”
“Mh, l’idea sarebbe buona...” rispose con fare serio “...se non avessi compiuto l’azione più idiota che poteva capitarmi in quell’istante. Non so come diavolo mi sia venuto in mente di sfoderare Blazy, ma dargli il mio biglietto da visita avrebbe sortito il medesimo effetto! Quanto sono coglione!!”
“...Blazy?” fece lei.
“La spada di diamante di cui il signor Lord imperiale possiede la gemella... era di mio padre...” concluse, mentre il suo tono prendeva una nota addolorata e malinconica.
La giovane lo fissò perdendo un battito, mentre, con cautela, si era rialzata a sedere.
“Così possiedi la gemella di Sharpheen... ne ignoravo il nome...” sussurrò come se parlasse solo a sé stessa.
“Mpf, la conosci...” disse pacatamente, lasciandosi sfuggire un risolino ed accomodando una delle proprie ciocche ribelli dietro al relativo orecchio.
“La leggenda delle spade di diamante... sapevo che esse esistono, ma se anche il resto fosse vero dovreste avere entrambi un destino molto oscuro...”
“In effetti non è che io viva esattamente nella luce... comunque sia, le storie di streghe non mi spaventano: non lo facevano neppure quando ero bambino. Il mio destino lo tengo ben saldo fra le mie mani!”
“Già, è quello che piace pensare, soprattutto a quelli come noi...” sorrise con ironia, sospirando e scuotendo la testa.
“In qualche modo sei sempre fatalmente donna, eh? Pazienza, non che mi dispiaccia una presenza femminile su questo catorcio di latta, soprattutto con un po’ di pepe rosso...” ammiccò squadrandola dalla fronte al grembo, dove una leggera coperta blu si arricciava, per proseguire adagiata lungo le cosce e giù, sino agli stinchi, le caviglie, i piedi ed oltre. Si era soffermato, con più esitazione al proseguimento, sugli occhi pallidamente verdi, come gli aghi di pino, quando passano dalla loro prima e giovane età ad un grigiore più maturo. Esattamente in quello spiraglio transitorio, la natura aveva attinto una delle tonalità per dipingere i sussurrati colori di quella fanciulla. In maniera analoga i capelli, sciolti un po’ selvaggiamente sulle spalle, riflessi di mattone e sole mattutino, oro sporco. La pelle molto chiara, candore di giglio, senza tuttavia tracce giallognole da mancata abbronzatura, le labbra rosa pallido. Spalle non troppo larghe ma neppure inesistenti, seno tondo, sodo e degno di discreta nota, vita molto sottile per ricalcare quasi eccessivamente i fianchi larghi.
Improvvisamente si sorprese sull’orlo di una forte eccitazione, come una piccola travolgente ebbrezza scoppiettante nel suo sangue, formicolante e dinamica. Si vide riflesso in un bicchiere di spumante traboccante schiuma morbida, che lambiva i vetri esterni del proprio contenitore. Cosa gli stava accadendo? Perché le sue pulsioni si erano ravvivate con tanto fervore, dopo che il suo occhio attento aveva colto, nella propria coda, il suo amico allontanarsi dal minuto locale?
Il suo aspetto di bambola fatata ma imperfetta, la muscolatura tornita ma sottile, celata ed ovattata dalle morbide tondità sottocutanee, la voce dolce mista ad acri parole di disprezzo ed audacia, malgrado la sua scomoda posizione. Gli stava parlando, forse lo stava insultando, ma non avrebbe mai saputo ripetere i suoi vocaboli, eclissati, sfumati in un’inesistenza che l’intensità del suo sguardo rifiutava di concepire.
Poteva forse consegnarla ai suoi nemici, ora? E se tecnicamente avesse potuto, avrebbe voluto farlo? Eppure iniziò a pregare perché la razionalità cinica e frigida tornasse a dominare la sua mente calcolatrice, perché quella sensazione assolutamente sconosciuta abbandonasse le sue tempie e le pulsazioni, vivide di desiderio, delle sue membra, nonché del suo membro, che quasi gli doleva nel proprio ansioso gonfiore fra gli angusti indumenti.
[NxAby: lo vedi, mi fai leggere Vlady e io mi barcameno in queste squallide emulazioni... -.-]
“...insomma, brutto idiota, sto parlando con te!! Mi ascolti o no?!!” sbraitò infine la ragazza, esausta della sua mancanza di attenzione.
“Mh? Dicevi?” si riscosse lui, con un’espressione totalmente naturale ed innocente.
Sheera lo fissò, suo malgrado, totalmente ammirata, per un breve tempo che parve interminabile, quasi stupefatta dalla versione “pura” della sua espressione non filtrata. Era incredibilmente, inquietantemente, sorprendentemente ed odiosamente attraente, bello, sexy. Studiò a sua volta l’aspetto di colui che aveva di fronte, tracciò i contorni di ogni imperfezione e difetto del viso, di ogni curva che la muscolatura lasciava intravedere sotto i suoi abiti di cotone leggero. Il fisico idolatrabile si contrapponeva al volto sfregiato, magro. Lo sguardo penetrante e chiaro, il naso sottile ma leggermente ingobbito, come del resto quello di ogni uomo, un graffio sulla guancia, un taglio rimarginato sulla mascella, un particolare orecchino pendente dal rifinito e preciso orecchio destro, le labbra intense. Avrebbe voluto che fosse brutto, oh, quanto lo avrebbe voluto! Se solo quell’insieme di piccole inesattezze non si fosse bilanciato e compensato fino a risultare condimento necessario ad un aspetto sublimemente sposato! Ma non riusciva ad abbandonare l’ammirazione, e se ne indispettiva, adirandosi con sé stessa.
“Insomma, mi vuoi dire che diavolo hai intenzione di fare ora?” sbottò infine, nel tentativo di scacciare ogni esitazione e riabbracciare l’odio inimicale.
“Potrei associarmi a qualche “collega” e dividere la tua taglia con lui...” ridacchiò con l’intento di infervorarla ulteriormente “...oppure divertirmi un po’ con le tue grazie femminee, tentando di scoprire perché Milord desideri tanto intrappolarti personalmente...” parlando scorrette un dito dal limite esterno della sua clavicola, lungo il contorno del seno fino alla prima costola sotto esso “...chi lo sa, forse potrei proporgli un accordo, se tanto ci tiene...” la sua voce divenne un sibilo minaccioso, i suoi occhi erano freddi ed il suo volto rideva di un intrigo sinistro.
“Sei ancora più stronzo di quanto pensassi!” fece lei con una smorfia di repulsione, tuttavia da un lato felice nell’aver ritrovato il proprio disprezzo sincero.
Il cacciatore reagì al commento con una risata forte e divertita, mentre alle sue spalle si avvicinava il bruno dalle iridi di brace spenta. Appoggiò una mano sulla spalla dell’amico, gli porse una tazza fumante e sorrise. Poi, con pacatezza e riguardo, si rivolse alla giovane donna.
“Hai appetito, o desideri forse qualcosa da bere?”
“Sto morendo di fame, ma quel che desidero veramente è osservare questo bastardo annegare lentamente in un fiume di lava!” rispose cortesemente a lui, girando poi un’occhiata terribile al suo carceriere.
“Forse posso accontentare la tua prima esigenza, ma escluderei la seconda... anche perché mi addolorerebbe eccessivamente. Inoltre se in quel fiume ci fosse lui, vorrebbe dire che ci sono finito anch’io.” Concluse con un altro sorriso dolce.
La giovane abbassò il volto e scosse la testa.
“Hai un istante, Trevor?” riprese poi il pilota.
“Anche due.” Ridacchiò, fissando di nuovo lei negli occhi e rialzandosi.
I due uomini si scambiarono veloci accennati movimenti del capo, giochi di sguardi, ed infine uscirono entrambi dal locale, chiudendo e sigillando la porta alle loro spalle.

“Di bene in meglio!” inveì la ragazza, lasciando cadere a terra un frammento di vassoio rotto.
Iniziava seriamente a disperare l’idea di fuggire da quel luogo. Non c’era apparentemente modo di forzare la porta, e certamente non avrebbe potuto uscire sfasciando i robusti e spessi vetri, dal momento che oltre ad essi si trovava il vuoto piceo dello spazio.
Si avvicinò all’oblò, lanciando verso l’esterno uno sguardo malinconico, e vedendo il riflesso del proprio visto pulito, probabilmente struccato dai suoi soccorritori, velato di una stanca e cupa preoccupazione. E fu allora che la porta si aprì nuovamente.
“Ah, ti sei data da fare, vedo!” commentò, entrando, il suo salvatore e nemico.
La ragazza mugugnò con fare stizzito, mentre lanciava a sua volta un’occhiata ai vari oggetti rotti o stortati che aveva tentato di utilizzare per sbloccare i comandi elettronici dell’adito, ed in seguito attaccando la barriera fisica stessa.
“Beh, se non altro ti sei ripresa! Credo che...”
“Trevor!!” lo interruppe la voce di Alex alle sue spalle. Alex, che entrò immediatamente dopo, a sua volta, nella stanza.
“Mh?”
“Siphiriya è stata attaccata! Non è ancora chiaro da chi, ma...”
“Cosa?!!” si allarmò terribilmente la fuorilegge, sgranando gli occhi spaventata. E già era aggrappata al colletto dell’ultimo arrivato, che avrebbe scosso se le fosse bastata la forza. “Quando? Ci sono molti danni? Sono tutti salvi?” inquisì in una raffica, intimorita ed agitata.
“Calmati, non lo so... ho solo sentito una frase in tutta la cronaca...” rispose un po’ innervosito a sua volta, prendendole i polsi e staccandola da sé.
La giovane lasciò ricadere gli arti, abbassò lo sguardo e sospirò. Allora si rese conto di quanto si fosse esposta, e subito cercò con gli occhi la reazione del possessore della spada di diamante. Questi, dal canto proprio, aveva considerato e ponderato i suoi gesti con curiosità e serietà. Allungò appena il collo, alzando il mento, e mostrando una sorta di sorriso soddisfatto.
“Alex, facciamo rotta per Siphiriya.” Ordinò con naturalezza, come se lo stesse solo informando. Afferrò poi la giovane per un polso e la trascinò con sé verso i posti di guida, intenzionato a sorvegliarla da vicino.

Il paesaggio era discretamente desolante, anche per chi non avesse conosciuto la cittadina prima dell’attacco. Un fumo grigio si scioglieva nell’aria opaca, diverse macerie ricoprivano parte delle strade pressoché deserte, alcuni palazzi erano stati devastati da fuoco e bombe.
Mentre sorvolavano il territorio, considerarono che solo gli sparsi sprazzi di natura incontaminata parevano essere stati risparmiati.
“È veramente strano... questo luogo è solo la piccola luna di un pianeta inabitabile, un’enclave nell’impero, ma completamente a sé stante... i suoi unici prodotti sono le prestazioni mediche all’avanguardia e la disponibilità di piaceri sessuali per tutte le perversioni – adulte – immaginabili. Cosa diavolo può portare qualcuno ad attaccarlo per distruggerlo? Fosse stata almeno un’azione di conquista...”
Alex faceva le sue considerazioni con tono relativamente basso e rimuginante.
“Già, sembra quasi un atto di vandalismo! A quando risale l’attacco?” rispose Trevor.
“A venti ore fa, pare. Hanno già provveduto a rimuovere i cadaveri e soccorrere i feriti. Credo che le poche strutture ospedaliere intatte ed operative siano completamente affollate. Ho letto che hanno anche dovuto trasferire in alcuni ospedali dell’impero i feriti meno gravi...”
“Mpf... hai sentito Kae, per caso?”
“Sì, sta bene. In quel momento era comunque assente da casa, e tuttora si trova nella villa che suo padre ha ad Imperia. Non mi pare il caso di andarlo a trovare...”
“No davvero!”
Il giovane dagli occhi chiari era intenzionato a perpetrare il discorso, quando si bloccò ed osservò le reazioni concitate ma silenziose della sua prigioniera, al proprio fianco. Questa si sporgeva dal sedile verso un’apertura sull’esterno, posta appena a babordo rispetto alla prua della navicella. Notò i suoi occhi farsi lucidi e le sue mani premere sudate contro il campo di forza vitreo di delimitazione. Nella sua espressione si susseguivano smorfie ansiose ed addolorate, che s’inacuirono nello stesso istante in cui sorvolarono una zona verde colpita, probabilmente per sbaglio, da qualche proiettile casuale.
“Atterra.” Disse, rivolto al pilota.
“Qui?” domandò lui, confuso.
“Sì, qui e ora!” impartì il primo.
La giovane perpetrava la propria osservazione, e parve accorgersi del cambiamento unicamente quando notò le punte degli alberi avvicinarsi. Allora si voltò di scatto verso di loro, per incontrare lo sguardo molto intenso del cacciatore. Non disse comunque nulla, fissandolo a occhi semi sgranati. In risposta lui accennò un sorriso, esattamente nel momento in cui i piedi del mezzo toccavano il sottobosco di fusticelli e torba.
“Scendiamo.” Disse poi.
L’espressione della ragazza si fece inconsistente. Improvvisamente non esprimeva più nulla, quasi fosse in attesa di un evento. Poi il ponte posto sul lato del velivolo si abbassò, e sfumature di verde chiaro misto ad uno più vigoroso si presentarono alla loro percezione.
Avevano fatto appena due passi, quando lei si lanciò in corsa con la sembianza di puntare una direzione precisa. Scomparì in un attimo.
Il bruno dagli occhi scuri prese atto della cosa interdetto, con le labbra dischiuse e lo sguardo attento. Allarmato, si voltò verso il suo socio, che dal canto proprio sorrideva in maniera cheta e soddisfatta.
“Non avrai creduto che fossi così scemo!” disse, scostando una delle sue maniche e mostrando il segnale lampeggiante di un radar sul suo minuto elaboratore da polso. “Era così agitata che neanche si è accorta di avere addosso quel bracciale. Ma poco conta, dal momento che non può comunque levarlo. Adesso andiamo!”
L’altro rilassò per un istante le membra, sorrise e lo seguì. Tuttavia, dopo poche centinaia di metri, Trevor si arrestò bruscamente.
“Cosa succede?”
“È qui vicina, e sta rallentando. Non capisco... sbrighiamoci, comunque!!” fece, scattando via, subito seguito.
Corsero forse per altre due centinaia di metri, prima di raggiungere, con loro stupore, un piccolo caseggiato dall’aspetto un po’ malandato ed antiquato, piantonato al centro di un cerchio di anziane querce. In quell’istante la ragazza stava sulla porta e veniva raggiunta da un giovane, con il quale scambiò poche rapide parole, prima di fiondarsi fra la sue braccia.
Trevor ed Alex si fissarono per un istante, senza parole, prima di avvicinarsi a loro volta alla cascina. Nel frattempo il misterioso sconosciuto sussurrava parole di conforto alla fuorilegge, sfiorandole dolcemente la nuca.
“Sssh, va tutto bene, ‘sta tranquilla ora... calmati...” le diceva.
Per un istante si separò da lui, cercando il suo volto. Allora si poté notare che timidi rivoli liquidi le solcavano le guance. Il giovane passò quindi le dita su di esse, per asciugarle, mostrandole un sorriso dolce e carezzevole.
“Scusa, sai... è solo che con tutto questo cumulo di paure e preoccupazioni, mi dovevo sfogare...”
“Mh, ogni tanto fa bene a tutti. Ora vieni, piccola, entria...” s’interruppe quando il suo sguardo vagante scovò i due osservatori. Il che fece voltare anche lei.
“Ancora voi!” esclamò stizzita.
“Indossi un oggetto collegato al mio radar... non mi avrai creduto così idiota da farmi sfuggire un bottino tanto prezioso!” la informò il bruno, con gli occhi celesti spezzettati da ciocche sparse e ribelli.
Sheera reagì con un’espressione adirata, accompagnandovi imprecazioni ed aggettivi poco pacati rivolti al suo nemico. Nel frattempo il ragazzo raggiunto da lei, che ancora aveva una mano stretta introno alla sua vita, le sollevò il braccio destro ed osservò un piccolo bracciale sul suo polso.
“Una sosta in un posto tranquillo... l’accolgo volentieri, anche perché voglio sapere cosa cazzo è successo qui!” commentò nuovamente il rinnegato, avvicinandosi con tranquillità e disinvoltura.
Ora erano decisamente faccia a faccia. Alex ne approfittò quindi per osservare lo sconosciuto, ammirato come non mai. I capelli corvini ricadevano lisci fino alle spalle, ritagliati in una leggera scalatura verso il viso. Le folte ciglia del medesimo colore incorniciavamo mirabilmente due gemme di smeraldo e giada. Il viso magro, l’espressione intensa, il naso sottile e dalla punta tondeggiante, le labbra carnose. Oltre a ciò, il fisico slanciato e perfetto. Il suo unico indumento erano, infatti, un paio di lunghi e lisci pantaloni neri. Il torace scolpito alla perfezione, tonico e affatto gonfio, era decorato da una pelle ambrata con riflessi perlacei. Una delle sue spalle era, tuttavia, bendata con poca precisione. Evidentemente, una ferita.
“Sarà meglio che ti faccia una fasciatura decente, mentre mi spieghi che è successo...” commentò a questo punto la ragazza, accarezzando il bordo delle bende.
“Ci spieghi cos’è successo!... Signori e signorine... dopo di voi!” commentò Trevor con un gesto della mano e fare ironico.
“Non vi ho invitati ad entrare!” reagì a questo punto con durezza l’innominato fauno.
Finì a malapena di parlare, che già un movimento fulmineo portava un’arma a puntarsi sul suo volto, a meno di un metro da lui. Sorreggente essa, l’apparentemente pacato ragazzo dalle lunghe frange brune, con un’espressione che non lasciava spazi e gli occhi neri fermi ed intimidanti.
“Ho l’impressione di non aver colto quel che hai detto!” commentò, la voce un sibilo, il braccio proteso ad angolo retto rispetto al corpo, la mano salda ed un dito adagiato al grilletto.
Spiazzato e disarmato, l’uomo corvino rabbrividì e deglutì. Non che un’arma puntata a lui lo impressionasse in quanto tale – piuttosto il contrario. Era il suo volto da angelo arrabbiato, lo sguardo nero e freddo, l’aria in precedenza da “bravo ragazzo” improvvisamente storpiata nel sapore acre di un temibile criminale. Nondimeno, anche la ragazza era rimasta alquanto sorpresa e scossa nel cogliere questo suo cambiamento. Al loro contrario, invece, l’alto e carismatico cacciatore presentava un sorriso di distesa soddisfazione, le braccia conserte sul petto e gli occhi socchiusi.
“Diamoci una mossa.” Stabilì quindi, facendo sì che i due li precedessero nel minuto edificio e seguendoli poi in chiusura del quartetto.
L’interno risultava meno cupo di quanto si sarebbe potuto prospettare. Subito, al termine di un breve corridoio, si ritrovarono in un salottino nel quale era incorporato un angolo cucina. Si potevano distinguere inoltre: un divano dagli angoli rosi ed una poltrona con lembi di stoffa strappata, un ampio tappeto monocromatico e un po’ macchiato, un tavolo in legno massiccio e non rifinito. Soltanto una coppia formata da una credenza-scrittoio ed una libreria al suo fianco si presentava con un sapore rigorosamente antico ma meticolosamente curato. Infine, un ampio armadio di una semplicità lineare, posto giusto fra l’unica porta interna – probabilmente il bagno – e l’imboccatura delle scale ascendenti.
“Piuttosto misero, per essere il rifugio di una ladra spietata che ha trafugato tesori di immensa ricchezza!” fu il commento iniziale dello sfregiato.
Le rivolse lo sguardo, e lei si limitò a reagire con un’espressione fredda e scocciata. Sembrava che lo invitasse tacitamente a tenere la bocca chiusa, dal momento che non aveva idea di cosa comportasse l’argomento che aveva toccato.
“Mh, che mi dici, forse preferisci tenere questa facciata povera ed abbellire le stanze superiori?” riprese, muovendosi verso l’imbocco che portava al primo piano.
“Non c’è nulla di meno fatiscente, se è questo che ti preoccupa! Esistono persone che non danno tanto valore alla materialità!” commentò con una nota predicatoria.
“Mpfff! Suona piuttosto singolare detto da te!” ridacchiò, con l’attenzione tutta rivolta a lei.
Alex stava accanto ai due presunti abitanti di quel luogo, sempre con l’arma alla mano, ma ora più rilassata. Il restante ragazzo, invece, ancora cercava di focalizzare con più precisione la situazione. Ma, indubbiamente, il suo intuito l’aveva in parte ragguagliato.
In ultimo, Trevor tornò a portare lo sguardo verso l’alto, curioso comunque di osservare ciò che restava della catapecchia. Ma qui venne sorpreso da una visione che non si sarebbe mai lontanamente immaginato di avere in quel luogo, tantomeno in quell’istante.
Forse gli sarebbe arrivata poco sopra il. ginocchio, se l’avesse avuta vicina. Il suo volto era tondeggiante e molto dolce, il nasino a patatina un po’ all’insù, gli occhi grandi e attenti dalla tonalità azzurro-verde, ed i ricciolini biondi con riflessi rossi, di cui un paio di ciocche legate in codini svolazzanti, adornavano in conclusione quel grazioso lavoro di madre natura. Teneva la minuta bocca tenera appena schiusa, mangiucchiando l’orecchio di un piccolo coniglio azzurro di peluche, avvolta nel suo pigiamino bianco picchiettato di fragoline e cigliegiotte, e lo fissava curiosa. E lui pensò solo che era la bambina più bella e dolce che avesse mai visto, chiedendosi a malapena cosa ci facesse lì.
“Si è svegliata...” commentò il giovane dagli occhi smeraldini, con un che di preoccupato.
“Tira!!!” esclamò la piccola, non appena spostata l’attenzione verso la voce appena udita.
Senza ancora aver concluso il proprio grido, si precipitò, per quanto le sue piccole gambe glielo permettessero, incespicando lungo le scale, aggirando l’ostacolo umano appena alla loro conclusione, percorrendo velocemente il locale e lanciandosi eccitata fra le braccia della giovane fulva. Questa, dal canto proprio, si era abbassata per accoglierla pochi istanti prima che la raggiungesse, stringendola poi immediatamente a sé.
“Oh, piccola stellina mia! Tesoro dolce, come stai? Fatti guardare...” diceva con un tono melenso, accarezzandole i capelli, depositando piccoli baci sulla sua testa e sulle sue guanciotte, per tornare a stringerla di nuovo, e poi osservarla.
I due soci assistettero alla scena assolutamente sconvolti e senza parole. In particolare l’uomo dagli occhi chiari, quasi spaventato da quell’evento, con mille e più domande che gli martellavano il cervello, totalmente incerto sulla sua prossima mossa.
“È ancora piuttosto debole, ma la sua vitalità non la ferma nessuno...” sorrise il ragazzo corvino “...per quanto dopo l’ultima terapia abbia dormito parecchio.”
“Com’è andata?” domandò lei, prendendo la bimba in braccio e riportandosi eretta.
“Ha reagito piuttosto bene, per quanto... beh, lo sai anche tu, è sempre la solita storia...” fece con tono un po’ mesto.
“Già...” sussurrò lei “...Ah, se solo fossi riuscita a mettere le mani su quella maledetta pietra!!”
“Così non l’hai presa... ma cos’è successo?”
“La casata imperiale stavolta ha pensato bene di tendermi una trappola... e indovina chi, di preciso?”
“Mpf, piuttosto evidente... E poi?”
“E poi mi ha praticamente presa, ma ci si è messo di mezzo quello lì...” e fece un cenno della testa rivolto al soggetto citato “...che mi ha “salvata” con tutte le intenzioni di non perdere il guadagno ottenibile dalla mia taglia. Che animo nobile, eh?”
“Adesso capisco!... ma come mai ti hanno portata qui? A guardarli non sembravano al corrente...”
“Difatti io non ho detto nulla, mi sono solo preoccupata molto quando ho sentito dell’attacco... non ho la minima idea del motivo per cui il signor-cacciatore-di-taglie Crasher si sia scomodato fino a questo luogo! Chiedilo a lui!”
“Confesso che ho uno spirito molto curioso... ma adesso non ho voglia di parlare. Medica il tuo compagno, che intanto ci spiegherà quel che sa dell’attacco al pianeta. Dopodiché vedremo.”
Tali furono le decisioni dell’interpellato, e pareva che a nessuno fosse concesso opporsi. Questo, perlomeno, ciò che comunicava il suo viso, almeno quanto gli scuri occhi fermi e la mano scattante del suo socio.

Non che le informazioni ricevute rendessero tutto estremamente più chiaro. Con ogni probabilità l’offensiva era intesa a scopo provocatorio, per studiare le reazioni imperiali. Non pareva veramente esserci altra spiegazione plausibile, visti gli obbiettivi apparentemente casuali, nonché i comportamenti puramente distruttori degli aggressori.
Sheera chiuse il bendaggio alla spalla del ragazzo con un piccolo fermaglio e prese posto sul divano, sempre seguita da vicino dalla bimba, ora con in mano una bambola malandata, ora il suo coniglietto azzurro, ora una misera trottola di metallo dalla superficie colorata graffiata e ammaccata. Appena seduta, la giovane afferrò la piccola per la vita e se la pose in grembo.
“Che intenzioni avete ora? Sempre che mi sia concesso, ovviamente!” domandò sfacciatamente, voltando il viso verso sinistra, dove si trovava il possessore della spada di diamante.
“Stavo vagliando diverse possibilità, in effetti. Ma non sperare che la scena della bella famigliola felice mi abbia mosso a pietà! Sei pur sempre una criminale!” rispose.
“E tu sei pur sempre un idiota! Non hai proprio capito un cazzo, ma guarda che strano!” reagì aggressiva
“Cot’è un tazzo, Tira?” intervenne a questo punto la piccola, con una vocina curiosa.
“Una cosa di poca importanza che crea tanti problemi ai maschietti, tesoro.” Spiegò con un sorriso dolce rivolto alla piccola.
“Già, scommetto che quand’è stata concepita lei tu neanche l’hai sentito, eh?” s’intromise nuovamente l’altro.
“Proprio no, se è questo che ti preme. Anche perché...”
“Adesso basta parlare di stronzate! Diamoci una mossa!” la interruppe, alzandosi di scatto.
Subito fu in piedi anche Alex, già pronto a muoversi.
“Aspetta... ti prego, accompagniamoli almeno in un posto più sicuro...” cercò di trattenerlo con voce raddolcita, attaccandosi al suo braccio.
“Ma guarda, improvvisamente diventi remissiva! Ma che spettacolo! Non me lo dimenticherò facilmente!” ridacchiò.
“Per favore... in fondo hai me, che problema ti porrebbe?”
“Non abbiamo tempo da perdere in puttanate! Se è vero che potrebbe scoppiare una guerra... e poi qui sono indubbiamente più inoffensivi. Credi che sia così scemo da non capire che il tuo complice – e chissà che altro –non è certo un idiota qualunque?”
“Ma lei è solo una bambina... ti prego... oh, se avessi la minima idea...” tentò di nuovo di supplicarlo.
“Beh, non ce l’ho e neanche m’interessa! Alex!” richiamò poi, facendogli solo un cenno con la testa.
Fra gli insulti e le proteste della ragazza, il giovane corvino si ritrovò seduto con i polsi legati e la bambina sulle cosce, mentre il terzetto si allontanava nuovamente verso il mezzo siderale.

“Sei solo un maledetto bastardo schifoso!!” inveì la ladra, mentre il suo carceriere con una spinta la costringeva ad entrare nuovamente nel comparto in cui si era ritrovata imprigionata dopo aver ripreso i sensi, diverse ore prima.
“See, see, va bene, ho capito: me l’hai detto un miliardo di volte. Adesso stai qui buona e non scassare i coglioni, eh?” rispose freddamente, chiudendo la porta e tornando verso il posto di co-pilota.
“Destinazione...?” domandò il conducente principale.
“Andiamo a rifornirci a Fyondor, come programmato. Intanto chiama Kae.”
“Kae...? Ok...” fece lui, un po’ titubante e recuperando in memoria la frequenza per stabilire un contatto videofonico con l’interessato.
Il suono intermittente che segnalava di attendere lo stabilimento della linea lasciò a Trevor il tempo di sfilare una sigaretta dal pacchetto nel taschino posto sul fianco sinistro, all’altezza della sua vita. Non appena l’ebbe accesa, venne richiamato dalla voce del ragazzo che era intenzionato a raggiungere.
“Ok, che cazzo avete combinato stavolta?” furono le prime parole che l’interpellato disse, non appena aperta la comunicazione.
“Ciao, Kae! Anch’io sono contento di risentirti!” rispose sarcasticamente Alex, in tono tuttavia disteso.
“Ciao, campione...” lo indirizzò poi il cacciatore, alzando di seguito lo sguardo su di lui.
Lo osservò per un istante. I suoi penetranti occhi di una particolare tonalità beige, il volto triangolare e l’espressione sveglia e scandagliante, una cascata di lisci capelli castano chiari lunghi oltre le spalle e accomodati all’indietro, e una cosa che non portava l’ultima volta che l’aveva visto: un paio di baffetti ed un ciuffo di barba a ricoprirgli il mento.
“Ehi, hai un aspetto molto nobile oggi...” commentò pacatamente, espirando una nuvolata di fumo.
“Io sono un nobile, razza di criminale! La sfiga di essere figlio di un idiota non mi fa di certo rinnegare le mie origini!... In quanto a te, ho sentito Lord Seymour lamentarsi riguardo le tue ultime azioni...”
“Già, diciamo che ci siamo trovati in una posizione un po’ contrastante...” ridacchiò.
Alex alzò gli occhi al cielo un po’ scocciato, e tuttavia non disse nulla, chiedendo solo al suo amico se si sentisse bene ed ottenendo una risposta positiva.
“Allora, avete bisogno di qualcosa?” si offrì poi il castano, riaccomodando una ciocca sfuggita all’indietro, assieme alle altre. Fu nuovamente il possessore degli occhi chiari a rispondergli.
“Lo fai un favore ad un vecchio amico?”


Malgrado le sue mille preoccupazioni, dopo estenuanti ore di sospiri, un altro litigio pesante con l’uomo dal volto marchiato, che evidentemente le aveva fatto visita al solo scopo di provocarla, un digiuno dettato dal nervosismo che indisponeva il suo stomaco, era tuttavia crollata in un sonno che comunque restava agitato. Non sapeva neppure quanto avesse dormito, quando una pesante turbolenza la sballottò giù dal letto. Allarmata si alzò e si diresse verso la porta, constatando con un certo stupore che stavolta non era bloccata. Fu quindi quasi subito alla cabina di pilotaggio.
“Cosa succede??” domandò preoccupata, venendo sballottata un’altra volta e ritrovandosi incollata ad una parete.
Senza neppure spostare il volto, rivolto all’esterno, Trevor allungò un braccio verso il lato posteriore destro, afferrandola e traendola a sé. In pochi istanti la giovane si ritrovò difatti seduta sulle ginocchia di quell’uomo che ammirava per aspetto tanto quanto odiava per atteggiamento, nonché trattenuta contro di lui dalle sue mani salde.
“Ben svegliata.” Disse con ironia.
“Grazie tante! Mi prendi anche per il culo?”
“No, ti sto prendendo per la vita, a dire il vero... ma se preferisci...”
“Brutto porco schifoso! Levami subito le mani di dosso!!” reagì, agitandosi.
“Hai così tanta voglia di andare in giro per la navicella sbattendo qua e là? Guarda che se aspetti che si tranquillizzi la situazione al massimo ti sbatto io...” continuò, sullo stesso tono.
“Sei un essere assolutamente ripugnante!! Mi spieghi piuttosto che succede?!!” s’innervosì ulteriormente la ragazza.
“Una tempesta magnetica... quanto sono scemo! Mi sono distratto un attimo e... accidenti, dobbiamo uscire di qui!” la istruì Alex, mentre tratteneva a forza i comandi manuali.
“Ah, ecco...” commentò pacatamente, senza più ribellarsi al trattenimento fisico da parte dell’uomo dal volto marchiato.
Dopo un periodo né lungo né corto, si avvicinarono a quel che pareva un confine della zona pericolosa.
“Ti prego, dimmi che non causerà una trasposizione temporale!...” esclamò improvvisamente il giovane con la fulva in grembo.
“No, non credo che sia di questa entità... ma speriamo che non riservi qualche altra sorpresi...”
Le parole del ragazzo vennero bruscamente interrotte da un pesante colpo sulla coda del mezzo di trasporto, accompagnato da un profondo e sordo tonfo. La navicella prese a fare alcuni giri su sé stessa, prima che il pilota riuscisse nuovamente, con mossa da maestro, a stabilizzarla. Se non altro, si sarebbe potuto dire, erano tornati in un incosistente vuoto siderale.
“Se avessi mangiato vomiterei!” furono le parole di Sheera non appena fermi.
“Mh, ti facevo dallo stomaco più forte, sai?” reagì Trevor.
“E adesso quello cos’è?!!” si allarmò la ragazza, ignorandolo ed indicando una spia lampeggiante sul cruscotto.
“Oh, merda! Una perdita alle riserve di ossigeno!!” gridò Alex.
“Fantastico! Questo viaggio è proprio pieno di emozioni!” si allarmò, a questo punto, anche l’altro uomo.
“E che facciamo?” chiese la ladra.
“Bisogna andare ad attivare la chiusura del portello di sicurezza... il colpo ha disinnestato il comando a distanza.” Constatò il bruno dagli occhi profondi, continuando ad armeggiare con i comandi.
“Vado io!” si offrì l’altro, alzandosi e facendo risedere la giovane sulla medesima poltrona.

Passò un altro lasso di tempo indeterminato, durante il quale la ricercata stette zitta e tesa ad osservare i movimenti agitati del pilota. Infine anche l’elemento mancante al terzetto tornò, vestito di una tuta isolante e con un casco in mano.
“È stata una bella impresa...” commentò, mentre tacitamente la giovane si alzava per cedergli il posto. A questo gesto lui rimase interdetto per qualche istante, fissandola curioso. Poi sorrise, prese posto e l’afferrò, facendola accomodare nuovamente su di sé.
“Ehi!...” protestò lei.
“Preferisci restare in piedi?”
“Sto seriamente ponderando la cosa!”
“Scusate se interrompo la vostra interessantissima – ed ennesima – diatriba... abbiamo un problema!” li interruppe il terzo.
“Oh, bene! Questa oggi è proprio una novità! Allora, che cazzo succede ora?” sbuffò il suo socio.
“La perdita di ossigeno accusata è piuttosto seria... non basterà per raggiungere Fyondor in tre... Il vero problema è che non basterebbe neppure per raggiungere il prossimo punto d’aggancio! Come temevo, la tempesta in cui siamo entrati non ci ha trasportati nel tempo, ma nello spazio sì... siamo in un angolo pressoché morto di universo, più o meno ai confini orientali della galassia dominata da Saskiya...”
“Ma che bello! Altre buone notizie?” reagì, con lo stesso tono sarcastico di poco prima, il cacciatore.
“Forse una sì... c’è un pianeta dall’atmosfera abitabile non lontano da qui. Se va tutto bene dovrei essere in grado di risistemare la nave in modo che supporti un viaggio almeno fino alla prossima stazione di servizio... ma per una persona sola, temo!”
“Beh, che problema c’è? Io e il mio dolce amore qui restiamo ad aspettarti su quel pianeta, mentre tu vai, ripari e torni a prenderci. Ovvio, no?”
“Più che ovvio direi inevitabile! Dovrebbe funzionare... Ma tu ragguagliami un po’: da quando lei è diventata “il tuo dolce amore”?”
“Da mai! E mai accadrà, dovessero venirmi le pustole!” s’intromise la ragazza.
“Non essere così categorica, tesoro! Lo sai che ti ho sempre adorata, no? Sei tu quella che vuole ammazzarmi...”
“Già, e persisto nella maniera più assoluta su questo desiderio!!”
“Va bene, stanotte quando sarò addormentato avrai tutto il tempo di finirmi con calma... sono comunque più che certo del fatto che sapresti difenderti da sola da... beh, qualsiasi cosa viva là!” e con questo fece un cenno di capo al lontano pianetino, che man mano si avvicinava.
“Meglio difendermi da strani esseri che da una bestia come te! E poi... non vedo il senso del tuo commento! Come fai a dire che lì ci vive qualcosa di strano?”
“Logica. Se l’amico del tuo caro Lord Seymour non ha fatto colonizzare questa pallina dispersa ai suoi confini ci sarà pur un motivo valido.”
“Sì, per esempio il fatto che non sono mai passati da qui!”
“Ho seri dubbi in merito, zuccherino! L’imperatore non è certo uno sprovveduto, per lasciare sconosciuti i suoi confini e permettere così ad un nemico esterno di trovare l’appoggio ad un’offensiva!”
“Piantala di darmi questi nomignoli!”
“Mmh, sei adorabile quando ti arrabbi... appoggiati un po’ di più a me: ce l’ho così in tiro che se lo sfiori esplode!...” commentò infine, abbassando il tono di voce come fosse seriamente eccitato.
“AAAH! Ma basta, che schifo! Sei... sei... basta, ho esaurito gli aggettivi: non ce ne sono di abbastanza denigratori per te!!” gridò lei, alzandosi in piedi di scatto ed allontanandosi di qualche passo.
“Ti adoro quando parli in maniera erudita, lo sai? Hai un fascino incredibile, tesoro! Però potevi permetterti di meglio che quel polipetto dagli occhi verdi...”
“Deficiente! Cretino! Idiota! A parte il fatto che uomini così belli sono davvero rari...”
“Su questo concordo pienamente!” s’intromise, non interpellato, il conducente.
“Oh, minchia! Alex, ti prego, porta il culo di questa nave a terra come si deve, al posto di pensare a certe stornzate omoerotiche! La popolazione universale femminile dovrebbe piangere al pensiero che sei un finocchio!”
“In effetti...” commentò la ragazza.
“Beh?” reagì l’uomo dallo sguardo celeste, lanciandole un’occhiata storta.
“Beh cosa?”
“Lui sì e io no?”
“Diventi ad ogni parola più raccappricciantemente cerebroleso! Non c’è il minimo paragone fra te e lui! E non dirmi che fate lo stesso lavoro: anche solo il modo di esprimervi...”
“Ecco, lo vedi, Alex? Potresti permetterti dei bei bocconcini, se solo lo volessi! Però dovresti fare attenzione a non mostrarti come sei da incazzato...”
“La volete piantare? Piuttosto renditi utile e assistimi nell’atterraggio: siamo arrivati!”


Il mezzo siderale fu presto meno che un puntino, nel cielo dalle particolari cromature violacee di quello sconosciuto pianetino, e già era anche scomparso.
“Finalmente soli!...” commentò con un sorrisino il cacciatore di taglie, dando una pacca leggera ad natica della ragazza.
“Non pensarci neppure, razza di degenerato! Piuttosto che andare con uno come te mi do in pasto ad un drago!”
“Povero drago, costretto a mangiare una pietanza tanto acida!... e comunque preferisco vederti “venire” con me, più che “andare”...”
“Basta! Piantala, piantala, piantala!!! Non ti sopporto più, ti odio proprio!! Non poteva capitarmi prigionia peggiore che questa! Infinitamente meglio farmi catturare da mi...lord...!”
“Cosa stavi dicendo, scusa?”
“Sei anche sordo?!”
“Proprio no, e men che meno deficiente come tu credi! Hai corretto il tiro: stavi dicendo qualcos’altro a proposito di Seymour!”
“Lascia perdere, guarda! Anzi, fai il bravo e resta qui a fare guardia alle nostre attrezzature, mentre io vado a cercare una cascata per farmi una docc...”
Le ultime parole della fanciulla ribelle vennero improvvisamente interrotte da uno spaventoso urlo, a tratti acuto a tratti ruggente, che costrinse entrambi a coprire i padiglioni auricolari con le mani.
“Cos... cos’è stato?” balbettò la ragazza, spiazzata.
“Non lo so, ma ho l’impressione che coincida con il motivo per cui il pianeta è disabitato da forme di vita intelligenti! Sarà meglio cercare un riparo ed una posizione migliore per la notte. L’ideale sarebbe una grotta: potrei alzare degli scudi protettori sull’adito... Comunque Alex non tornerà prima che fra una trentina d’ore...”
“Ma come diavolo fai ad essere così tranquillo, me lo spieghi?!”
“A me pare piuttosto strano che tu sia tanto agitata! Io non ho paura della morte, purché si lasci guardare in faccia quando mi passa davanti!”
“Beh, hai una bella ideologia da guerriero, potrei pensare che sei un saskiyano pure tu, lo sai? Lo escludo giusto perché so che sei fuorilegge a tua volta, e un saskiyano puro non tradirebbe mai la patria.”
“Già, a meno che la patria non tradisca lui...” rispose, abbassando il tono di voce e lo sguardo.
“Cosa...? Tu sei...”
“Ehi, lascia stare, ok? Piuttosto muoviamoci!” la interruppe, avviandosi.
“Come vuoi, ma comunque... sappi che io non ho paura di affrontare gli uomini, poiché c’è sempre una via... ma fisicamente non ho di certo una forza enorme: non sono fatta per i corpo-a-corpo! E poi sono completamente disarmata! Oltretutto non so neppure che aspetto abbia “il nemico” in questione, e...” iniziò a spiegarsi lei, tenendogli dietro.
“Sì, sì, va bene, ho capito! Stammi vicina: ti difendo io se caso. Ci mancherebbe che arrivati fin qui mi vada di perderti!”
“Sì, e chi difenderà te?”
Il giovane a questo punto si arrestò, cercando i suoi occhi e fissandola come a chiedere se lo stesse prendendo in giro. E così i loro discorsi furono interrotti, ed il fiato utilizzato per addentrarsi nel boschetto di singolare fattura ai margini del quale erano giunti sulle ultime note del loro scambio di opinioni.
I loro passi si addentrarono per parecchio fra la vegetazione variopinta, frusciante sotto gli occasionali tocchi di una gentile brezza. Pochi animali incrociarono il loro cammino, e tutt’al più lo fecero dalle cime nodose di alcuni alberi, fermandosi curiosi ad osservare quelle sconosciute creature bipedi nel loro incespicare ed invadere un ecosistema a cui non appartenevano.
Trevor si muoveva con uno zaino caricato sulle spalle ed a spada sguainata, facendosi largo fra gli ostacoli opponenti il suo avanzare e seguito da Sheera, la quale ormai più che ritenersi sua prigioniera si vedeva quale sua temporanea protetta. Ed in tal modo proseguirono, sino a giungere a portata d’udito di uno scrosciare che pareva acqua cadente. Seguita la presunta traiettoria da cui proveniva il frastuono, giunsero, in effetti, ad un piccolo bacino lambente sponde boschive, spezzato, agitato e ravvivato da una vigorosa cascata, discendente probabilmente sin dalle cime del monte alle cui pendici i due vaganti erano venuti a ritrovarsi.
“Ti ho trovato la “doccia”, contenta?”
“Eh, mi manca solo il costume da bagno! Non sarebbe meglio controllare che quest’acqua sia buona?”
“E che te ne fai del costume da bagno? Di certo io non ho problemi a vederti nuda... anzi!”
“Senti, brutt...” cercò di inveire, prima che il palmo destro dell’uomo chiudesse la sua bocca.
“Ascoltami, ora! Puoi anche smettere di preoccuparti tanto per te stessa: se avessi voluto violentarti l’avrei fatto molto tempo fa! Io non faccio certe schifezze, primo: perché non credo diano un granché di soddisfazioni, secondo: perché odio certa feccia, che pratica questo genere di cose, sopra a chiunque altro! Ovvio, se ti va un po’ di “ginnastica” io non mi faccio pregare, ma per la tua incolumità puoi anche stare tranquilla...”
A queste parole la ragazza rilassò improvvisamente le membra, e subito l’uomo si allontanò da lei, armeggiando con alcune apparecchiature estratte dallo zaino, analizzando rapidamente un campione d’acqua, levandosi poi di getto maglia, pantaloni, scarpe e calzini e tuffandosi infine, con inaspettata eleganza, all’interno del laghetto.
Lei lo osservò in principio relativamente attenta, in seguito totalmente soprappensiero. In primo luogo era stata rapita da un brivido profondo nello scorgere le sue gemme acquamarine tanto vicine a sé, così come nel sentire la sua voce profonda che si era chetata sensualmente. In seguito il contenuto delle sue stesse frasi l’aveva smarrita in un genere di dubbio che tentava di decifrare. In fondo non erano mai stati veramente soli fino a quell’istante, motivo per cui non aveva basi solide che le permettessero di fidarsi di quanto aveva udito. Tantopiù che, sino al raggiungimento di quello spazio apparentemente ameno e tranquillo, la loro legittima preoccupazione aveva riguardato il ripararsi da “quel qualcosa” che non si lasciava, fortunatamente, definire meglio... ancora. Eppure perché non riusciva comunque a diffidare di lui?
Alzò lo sguardo alla sua ricerca, per ritrovarlo quasi completamente nudo, in piedi su una roccia piatta percossa dalla cascata e sistemata proprio alla sua base, con il volto alzato verso il forte getto e la pelle tamburellata dall’energetico fluire del liquido. Si sorprese a pensare quanto fosse terribilmente eccitante quella vista, ed ancor più esitò quando, allontanatosi da quella postazione, quel ragazzo che pareva un fauno acquatico si rituffò nel bacino, nuotando rapidamente sotto il filo dell’acqua e riemergendo proprio di fronte a lei. Appoggiò le mani sui ciuffi di erbetta azzurra, fece forza con i muscoli e ben presto fu in piedi proprio davanti a lei. Lei, immobile ed attenta.
“Non volevi farti un bagno?” le chiese, passando il dorso della mano fra naso e labbra per rimuovere parte delle numerose gocce fluenti dai capelli.
Rimase a fiato sospeso, osservando il suo fisico perfettamente simmetrico e ponderato, il torace scolpito, le braccia e le gambe sode e tornite, le chiazze più chiare sulla sua pelle brillante, piccole cicatrici di chissà quali lotte passate. Ne individuò una proprio sotto alla linea del pettorale sinistro, quasi sul cuore, ed un’altra sottile ed orizzontale lungo il bicipite destro.
<Cosa mi sta succedendo? Perché non riesco a reagire a questo?> si domandò, tentando di combattere con la mente le pulsioni del suo legittimo corpo di giovane donna.
“Ti senti bene?...” chiese lui un po’ allarmato, adagiando il suo palmo bagnato sulla fronte di lei.
“L... la luce sta calando: dovremmo cercare un riparo...” blaterò lei, riprendendosi in parte, grazie all’umido ma caldo contatto.
“C’è la nostra famosa grotta proprio lì... da qui quegli arbustelli nascondono l’entrata alla vista, ma se ti sposti un attimo più in là la noti...” fece tranquillamente, indicando un punto di roccia prossimo all’acqua scrosciante.
“A-ah...” fece lei, avviandosi immediatamente verso il punto segnalato e costringendo sé stessa a non riportare gli occhi bramosi su di lui.
<Che le prende ora? Sembra che abbia visto un fantasma!! Forse le mie cicatrici l’hanno shockata? Ma no, non mi pare proprio il tipo!...> si domandò il cacciatore, volendo indovinare il motivo del singolare comportamento assunto dalla ragazza. Del resto, non faceva tuttavia che ripetersi, quel giovane corvino che aveva visto e di cui tuttora ignorava il nome, era suo malgrado molto più attraente di lui. Si era quindi adoperato nel seppellire, seppur fallimentarmente, ogni propria fantasia rivolta ad un contatto con lei. E malgrado questo l’aveva provocata parecchio, forse perché adorava il suo volto infuriato, forse perché gradiva la sua espressione verbale concitata, forse solo perché quando i suoi toni si facevano combattivi lei si avvicinava automaticamente all’avversario, in maniera istintiva, per aumentare il proprio impatto.
<Ah, beato lui!...> si disse infine, scuotendo poi il capo e cercando di ricomporre i propri pensieri. Raccolse quindi abiti e attrezzature, seguendo subito i passi della ladra, la quale nel frattempo era già scomparsa dalla sua vista.
“Non è molto profonda, ma è vuota e asciutta!” dichiarò allegramente lei, uscendo dall’antro proprio mentre lui ne stava raggiungendo l’adito.
“Mh, bene! Almeno pare che dormiremo tranquilli...” fece questi, portandosi all’interno di quella stanza naturale, appoggiando tutto al suolo ed iniziando a frugare nel sacco.
“Non avrai intenzione di continuare a fare il nudista per tutta la notte!” lo rimproverò, mentre lui accendeva una luce e continuava il proprio lavoro.
“So che ti piacerebbe, anche se non sono completamente nudo, ma...” e a questo punto si alzò, srotolando una coperta grigia di flanella ed appoggiandosela sulle spalle “...il fatto è che non mi va di bagnare i vestiti!” ridacchiò, riprendendo la precedente attività.
“Ah, beh... ok, io vado a lavarmi la faccia, mentre tu finisci qui... abbiamo da mangiare?”
“Vai tranquilla: non sono uno sprovveduto! Piuttosto tieni questa!” disse, gettandole una pistola a raggi fra le mani.
“Eh?”
“Fa’ attenzione là fuori, e se qualcosa non va... grida! Ok?”
“S... sì...” fece totalmente sbigottita, uscendo poi di nuovo all’aria aperta.

In quel luogo si vedeva una sola luna riflettere i raggi della vicina stella che componeva quel minuto sistema. Era comunque sufficiente per ottenere una visuale notturna velata di tonalità fra l’azzurro e il nero.
Dopo aver gettato un’ennesima occhiata ai dintorni, si voltò nuovamente verso l’interno della caverna, al centro della quale la sua “coinquilina” osservava pensierosa la bolla energetica brillante e calda che uno dei loro accessori produceva. Si rilassò ed andò a sederlesi accanto.
“Pensi a lui?” le domandò.
“Lui chi?”
“Come sarebbe “lui chi”? Il tuo bel ragazzino dagli occhi verdi!”
“Non è il mio ragazzo! Figuriamoci!...” reagì con tono seccato.
“Oh! Perdona tanto le mie affrettate conclusioni!... sinceramente non...” tentò di rimbeccarla.
“Non sono comunque affari tuoi!” lo freddò “E se proprio ci tieni a saperlo, visto che insisti tanto, non sono sentimentalmente legata a nessuno, nessuno capito?! E neppure lo voglio!!”
“E va bene, non sono affari miei, come vuoi! Peccato, però... chi lo sa che non potrei fare qualcosa per agevolare la tua difficile posizione, se mi parlassi...”
“Scordatelo! Sei solo uno sporco cacciatore di taglie interessato al denaro che valgo! Che t’importa di me, dei motivi che mi hanno portata a comportarmi così?”
Un silenzio pesante crollò improvvisamente fra loro. Trevor aveva abbandonato per qualche istante ogni singola parola che potesse supportare le sue ragioni, e stette zitto a lungo, osservando il volto adirato di Sheera. Infine parlò, con un tono molto tranquillo, fissando la sfera di energia.
“Ho una sorellina. È una bambina molto bella, dolce e vivace. Mia madre è morta a causa di enormi complicazioni nella gestazione, collegate ad una strana e rara malattia che si sospetta sia sfuggita da qualche laboratorio sperimentale. La piccola è stata salvata a stento ed ha passato mesi attaccata a macchinari. Speravo che almeno potesse conoscere mio... e suo padre... un valoroso guerriero, alto ufficiale e fedele servo di Saskiya, adorato dai suoi sottoposti e sempre vittorioso. Troppo vittorioso. All’imperatore iniziava ad essere incomodo, e così l’ha levato di mezzo, temendo che il suo sangue ibrido potesse portarlo a guidare una rivolta contro di lui. Così, l’ha fatto assassinare così!... da un uomo infiltrato fra le sue fila da diverso tempo. Pur sapendo in quali difficili condizioni versasse la sua famiglia, pur sapendo che io, un giovane uomo acerbo, sarei rimasto abbandonato a me stesso. E pensava che non sarei arrivato a scoprirlo, il bastardo, credendo bene di sfruttare le qualità che avevo ereditato dal mio genitore a proprio vantaggio nel suo esercito. Beh, si è sbagliato! Mi sono messo a svolgere un’attività considerata propria della “feccia umana” per sostentarmi e per “depravarmi”, malgrado il mio tradimento al giuramento di fedeltà prestato potesse essere un crimine sufficiente ad inimicarmi quel maledetto figlio di puttana!
“Ora perché non mi chiedi come mai io sia “uno sporco cacciatore di taglie”? Come mai io sia uno schifoso traditore della patria?”
Tacquero per un momento, lui silenzioso e con un forte carico di amarezza negli occhi, lei spaesata e commossa dalla sua triste condizione.
“Io... non so che dire, io... che farai ora? Mi... mi consegnerai comunque a... anche se lo odi, anche se ti ha fatto questo, vuoi il suo denaro...?” sbiascicò, sentendo i pensieri incrociarsi in maniera molto confusa.
“Il denaro mi serve per assumere un drappello di mercenari e liberare dalle sue grinfie almeno il pianeta natale di mio padre, sul quale ora vive la mia sorellina.”
“Ma... è un’impresa impossibile!”
“Chi lo sa...” ridacchiò lui.
“Quindi è per questo che mi cacciavi così assiduamente? Per distruggerlo con dei mezzi che lui stesso ti ha dato la possibilità di acquisire?”
“Mh, questo dettaglio non è così rilevante! Non esiste comunque una taglia più elevata della tua al momento. Non so perché Seymour ti rivoglia con tanto accanimento, e non credo che tu abbia voglia di dirmelo ora. So solo che sono combattuto con me stesso... fra l’amore per la mia bimba e...” si bloccò, sfoggiando un sorriso di circostanza.
“E... cosa?” domandò lei, dapprima esitante e poi divorata dalla curiosità sulla propria sorte.
“E il tuo sguardo!... il tuo volto, il tuo spirito... tu, per come sei.” Sussurrò dolcemente, alzando le iridi chiare nelle sue.
La giovane tacque, fissando la sua espressione intensa ed i suoi occhi, nei quali avrebbe solo voluto annegare. Ma no!, non doveva lasciarsi andare, non doveva cedere e permettergli di approfittarsi di lei solo facendo leva su parole probabilmente bugiarde, e, soprattutto, non doveva perdere l’occasione che le si era presentata, e che meditava ed affinava ormai da ore.
“Sei così affascinante che... potrei...” sussurrò quindi, avvicinando il volto al suo quanto bastasse, approfittando dei suoi occhi dispersi verso un angolo imprecisato ed accarezzando la sua ruvida mascella in maniera che si voltasse appena quanto sufficiente per sfiorare le sue labbra, morbidamente, con le proprie. Sorpreso ma affatto contrariato, l’uomo reagì abbassando le palpebre e sporgendo maggiormente la fonte dei propri profondi sospiri verso di lei, fino a far dischiudere ed incrociare un breve ed infinito anelito. Si apprestò quindi ad approfondire ancora maggiormente il contatto, sollevando appena la punta della lingua e lambendo delicatamente il labbro superiore attaccato al proprio. Ma qui, sperduto in un sussurro di estasi, dovette bloccarsi. Ogni cosa in lui si irrigidì di riflesso, gli occhi si spalancarono ed uno spiacevole sapore di frustrazione gli ribatté sul palato.
Di nuovo separata da lui, ma ancora molto vicina, la ragazza stava inginocchiata puntellando il braccio sinistro a terra e mantenendo il destro piegato in maniera da sostenere l’arma ricevuta poche ore prima da quello che doveva essere il suo carceriere, la canna aderente alla sua pelle per quanto intermediata dalla stoffa della camicia, esattamente davanti al cuore, il dito in allerta sul grilletto.
“È la seconda volta che mi punti addosso un folgoratore in questo modo... avanti, coraggio! Ora lo puoi fare: nessuno ti interromperà! Ammazzami, su! Fa’ vedere di cosa sei capace!”
“Ti piacerebbe...? No, proprio no! Mi servi vivo perché io possa andarmene da qui, inoltre preferirei evitare di degenerare in assassina, quindi... sarai un bellissimo, delizioso ostaggio! Basterà legarti come un salame...!”
“Un salame... forse lo sono davvero, povero illuso! Forse lo sono stato salvandoti, portandoti su Siphirya, credendo di poterti piacere – e giuro che non ho mai desiderato tanto una cosa simile prima d’ora, ma di sicuro...” e a questo punto si sollevò in piedi con uno scatto, cui la giovane reagì alzandosi a sua volta, arma alla mano “...ma di sicuro non lo sono stato nel fidarmi di te, dal momento che mi ero perfettamente accorto della mancata restituzione di quell’affare! Perché credi che non te l’abbia chiesto?”
“Che vuoi dire?” titubò, stringendo entrambe le mani sull’impugnatura della pistola puntata.
“Voglio dire...” un passo “...che tu...” un altro passo “...non ne sei capace.” Fermo, con il petto di nuovo aderente alla bocca della morte.
“Cos... come ti permetti?! Non è per questo che esito, te l’ho detto!” reagì adirata, ma tuttavia sorpresa.
“E allora che ci vuole? Colpisci ad una gamba, o ad un braccio. Che me ne faccio, in fondo? Sopravviverei e sarei abbastanza debilitato da non crearti troppi problemi. Avanti!”
“Non credere che non ci abbia pensato, sapientone! Pensi che non ne sarei capace? Ma non posso permettermi di affrontare un mostro da sola, se dovesse attaccare...”
“Queste sono cazzate!” gridò “Cazzate, scuse insulse! Non è di quel mostro che hai paura, e non dubito che davanti a chiunque altro non esiteresti a fare fuoco! Avanti, perché non dici la verità, maledizione?! Perché non ammetti il motivo che ti impedisce anche solo di ferirmi?!” continuava a gridare.
“Smettila! Fai silenzio!”
“Cosa c’è? Sei troppo orgogliosa per questo?! Dillo, cazzo!!!” un altro grido.
“Basta!!!” un urlo di rimando, e la pistola che cadeva a terra innocua, e le sue mani che le coprivano il volto. “Ti odio! Ti odio! Che tu sia maledetto! Che tu sia...!” farfugliò agitata, con due grosse lacrime solcanti il suo viso. “Ma perché...? Perché tu?... Perché?... Ti odio...”
“Sì...” sussurrò lui, afferrando dolcemente i suoi polsi e costringendola contro una parete rocciosa relativamente liscia. “Sì, dimmi ancora che mi odi... non fermarti: dimmelo se è questo che vuoi dire... mi basta sapere che le tue parole esprimono in realtà il contrario di ciò che vorresti comunicare!”
“Que... questo è così maledettamente sbagliato! È come se... come se un falco ed un delfino volessero abbracciarsi, e...” parlava con il volto spostato di lato ed una guancia, di conseguenza, attaccata alle pietre dalle sporgenze tondeggianti, senza ribellarsi alla sua presa, le mani dischiuse in due piccoli nidi all’altezza della testa, e le dita di lui a tenerle ferme. Lui, così vicino...
“E dimmi la verità: ti importa ora?” chiese, ancora a bassa voce, avvicinando maggiormente il volto al suo e sfiorando la sua guancia con la bocca, nel punto bagnato dal suo disagio.
“No!...” dichiarò, finalmente recuperando il loro lucido incrocio di sguardi per poi interromperlo di nuovo, abbassando le palpebre ed allungano il collo in maniera da poter rinnovare quel bacio inconsistente e completarlo in qualcosa da cui voleva essere rapita, auspicabilmente per sempre.
Le mani del cacciatore scivolarono quindi a trattenerla verso di sé, sulla nuca e sul bacino proprio sopra il principio delle natiche, mentre i loro soffi nuovamente si intersecavano, le labbra aderivano, i denti si annullavano e le lingue, potenziali violatrici di troppi segreti, trattenitrici di troppi silenzi, si univano in una carezza che presto trotterellò in una gentile spirale verso un vero e proprio duello. Così, sfumando da una pacata e sussurrata dichiarazione di desiderio, i loro corpi si incendiarono di eccitazione, ed arrivarono tanto vicini, tanto astretti, che neppure un atomo d’aria sarebbe passato fra loro.
(*Dlin dlon*: la pervertita, quale è l’autrice di questa cosa, informa la gentile e paziente audience [sì, perché mi sembra di scrivere uno sceneggiato da serie tv, più che... non so bene cosa! NdSJ] che a questo punto non può astenersi dallo scrivere un intercalo lemon con vodka, e si tutela quindi tramite il presente messaggio da qualsiasi tentativo di diffamazione il lettore vorrà rivolgerle a seguito della scena a venire. L’autrice dichiara altresì “io vi ho avvisati!”, rimandandovi al principio del prossimo capitolo, qualora voleste preservare i vostri spiriti intatti pur conoscendo il proseguimento dei fatti. *Dlin dlon*)
Le dita della ragazza andarono ad introdursi fra i capelli del compagno, per poi scendere verso le spalle, percorrere in seguito i lati posteriori dei fianchi ed adagiarsi infine sulle sode, voluminose e compatte natiche. Tuttavia presto risalirono fino al margine dei pantaloni, iniziando a tirare alcuni lembi di camicia in maniera da sfilarla dalla costrizione della cintura. Non appena questa fu più libera, le mani vi si infilarono sotto e presero ad accarezzare la pelle bollente e tesa della liscia schiena.
Mentre lei si stava cimentando con la sua sensibilità cutanea, il cacciatore aveva spostato le proprie labbra verso le sue guance ancora umide, baciandole fino a far sparire completamente quelle tracce di tentennamento e tristezza. Scivolò poi ad uno dei suoi orecchi, prendendo a lambirlo sensualmente ed afferrandone talvolta il lobo fra i denti, con dolcezza. Dopo qualche istante, più o meno quando avvertì le mani di lei arrancare sulla sua vita fino a raggiungere il suo torace scolpito, riprese il proprio percorso esplorativo, scorrendo verso il basso ed attardandosi sul collo, che si dilettò ad accarezzare con la punta della lingua e su cui schioccò numerose volta le labbra accostate.
Buttando la testa indietro, la giovane si ritrovò a sospirare sul meticoloso e delicato lavoro svolto dal suo compagno, facendo vagare le mani alla ricerca dei bottoni che trattenevano il suo indumento. Infine lo sentì staccarsi per un istante ed ansimare un poco. Allora tornò ad osservare il suo sguardo, approfittando della riconquistata visuale anche per ottenere, infine, l’eliminazione della barriera tessuta.
Lasciando dapprima che i suoi occhi tracciassero le linee precise del suo fisico ormai seminudo, l’uomo riprese dopo una breve attesa a ricercare il contatto fisico che tanto desiderava approfondire, arso al proprio interno da un desiderio sempre più intenso e palpitante. Adagiò quindi i palmi sulle sue spalle, massaggiandole brevemente e abbandonandole poi con calcolata lentezza, facendo intraprendere alle mani un percorso che le condusse a posarsi sui seni sodi ed abbondanti, il cui tocco aveva tanto bramato nelle proprie fantasie. Li tastò come se stesse accarezzando i petali di un delicatissimo fiore, prima di sciogliere parte del contatto ed iniziare ad arzigogolare sulla loro superficie solo con i polpastrelli. Si dilettò di quella soffice sensazione, perdendosi soddisfatto nei sospiri che sortivano soffocati dalla gola di lei e godendo dei fremiti di eccitazione che, ad ogni ricurvare delle dita, lo scuotevano come saettanti brividi dalle periferie delle membra sino alla sua vita, e dal basso ventre lungo il palpitante e ribollente fulcro dei suoi desideri carnali, fin sulla punta estrema della sua parte più sensibile, eretta ed indurita come, gli parve, non era mai stata.
A seguito di alcuni momenti passivi trascorsi godendo delle dolcezze del bruno, la giovane spostò le braccia, da rilassate che erano lungo i fianchi, nuovamente verso di lui, questa volta attaccando audacemente l’apertura dei pantaloni, sul cui cavallo si rilevava ormai un’evidente sporgenza rigida. Sciolse fugacemente la direzione del proprio tocco per passarlo, con parvenza distratta, sul rigonfiamento che si accingeva a liberare. Ne ottenne un sospiro ed una aumento nella propria impazienza. Forse fu proprio questa a farle perdere la risolutezza e precisione che le sarebbe stata necessaria a distaccare i meccanismi della stretta chiusura.
Trovandola in difficoltà, e provato ormai sino all’impazienza, il ragazzo condusse le proprie dita sopra a quelle che armeggiavano, purtroppo goffamente, intorno al suo indumento. Qui le falangi si incrociarono in una serie di intricati intrecci, da cui non sembravano intenzionate a volersi sciogliere. Finalmente, quindi, la pelle recuperò il proprio libero respiro ed il membro bramoso svettò divincolato, ma presto raggiunto da ali di colomba accavallate ed artigli di falco, che si posarono sulla morbida e delicata pelle tesa. Il sospiro che questa volta sfuggì al controllo del cacciatore si rivelò più lungo e profondo, sussurrata soddisfazione nel raggiungimento di un agognato traguardo ed impaziente desiderio di maggiore compimento. Ben presto, quindi, allontanò le mani dal tocco comune, lasciando a quelle della sua lei l’esclusivo tatto sulle sue più delicate sporgenze, ed aggredendo immediatamente gli abiti ancora intatti dell’amata.
Ben presto si ritrovò privata di qualsiasi indumento: il possessore degli occhi di cielo diurno li aveva rimossi uno ad uno, con compostezza eppure impazienza. Poi si era staccato velocemente, desideroso di serbare il ricordo visivo del suo armonioso e soffice corpo nudo, prima di trarla completamente a sé e farla, infine, sdraiare supina accanto alla sfera di energia calda, dove nel frattempo aveva steso un compatto materassino. Abbandonata a lui, si lasciò guidare in ogni movimento, ritrovandolo presto disteso sopra di lei, in mezzo alle proprie gambe e sopra al proprio torace, che ancora ne gustava le labbra ed il collo, correndo continuamente dalle une all’altro.
Dopo aver posato numerosi baci fra gli incavi delle spalle ed i loro confini esterni, si decise a riesplorare nuovamente la morbidezza dei suoi seni, tracciando dapprima i loro contorni e stuzzicandone in seguito i capezzoli, a turno, con la punta della lingua e delle dita. Come si attendeva ed auspicava, ben presto queste azioni resero i sospiri ed i mugugni di lei più intensi e profondi. Allora si risolse ad avventurarsi in linea verticale verso il basso, attempandosi ancora anche sull’ombelico femminilmente ovale, sino a giungere alla bocca del suo paradiso personale. Allora divise appena i lembi di cute intrisi di un profumo che gli parve dolcissimo, facendosi strada con l’umido e tattile organo orale verso il punto più sensibile del suo eccitante corpo di giovane donna. Individuatolo, mentre le sue mani le accarezzavano con tenerezza le gambe ed il torace e quelle di lei gli attraversavano i ciuffi di capelli ed artigliavano le sue spalle, prese a stuzzicarlo dapprima lentamente, poi con sempre maggiore intensità, fino a riuscire a strapparle dei sommessi urli. Raggiunto quindi il proprio obiettivo, tornò infine a chiudere la fonte dei suoi sospiri fondendola alla propria, mentre con uno slancio, controllato ma ormai irrefrenabile, si addentrava nel suo corpo, accingendosi a distruggere anche le ultime barriere rimaste fra loro e, contemporaneamente, a saziare la sua ormai indomabile necessità di appagamento. Difatti, se il suo membro fosse stato una spada, l’avrebbe affondata in quel palpitante corpo sino all’elsa.
Completata la propria intrusione si fermò per un istante, sospirando a fondo. Gli piaceva da morire essere tanto vicino a lei, adorava l’idea di possederla e godeva nel sentire i mille formicolii che si susseguivano sulla sua schiena inarcata. Diede un’ulteriore spinta e la udì sussultare con un lamento. Allora osservò il suo volto contratto ed implorante, che subito lei piegò in un sorriso intenso. E sentì un tonfo al cuore, comprendendo immediatamente il suo silente desiderio, la sua postulazione impudica e lasciva. Ma ciò che più lo interdisse fu la consapevolezza di volere un cuore ed un’anima, oltre ad un corpo. Desiderava possedere tutto quanto, appropriarsi della sua essenza con quell’unico gesto di unione, e cancellare qualsiasi altra esperienza ci fosse nel suo passato. Voleva essere l’unico della sua vita. E così capì finalmente, con chiarezza sconcertante, ciò che provava.
Si lasciò quindi avvolgere completamente dal suo tepore inebriante, compiacendosi delle sue cosce che si stringevano sempre maggiormente intorno a lui, delle sue dita che gli lisciavano la schiena ed adunghiavano i glutei, delle sue labbra che gli lambivano le guance non appena il movimento oscillatorio del suo corpo permetteva loro di raggiungerle.
Mentre si spingeva con sempre maggiore forza, recuperò uno dei suoi polsi e lo adagiò accanto al suo volto, facendo in modo che le loro impronte aderissero, il dorso di quella di lei sul rigido terreno e quella di lui baciante l’aria, i due palmi congiunti rispettivamente a destra e sinistra, gli altri due liberi e rispettivamente intorno alle reciproche vite, astringenti.
Ben presto ritrovarono i loro visi accostati, l’uno a fissare il soffitto roccioso del luogo ed ad adorarne le naturali cesellature pur senza contemplarle, l’altro sfiorante il sassoso pavimento di quella stanza naturale, gli occhi strizzati ed i denti uniti che si dischiudevano di quando in quando, in maniera da lasciar sortire gli intensi e sospirati lamenti provenienti dalla gola.
“Ti adoro!... ti adoro...” sussurrò al suo scottante orecchio, prendendo poi a mordicchiarlo fugacemente.
“Tr...evor!...” riuscì solo a rispondere, chiudendo gli occhi a sua volta ed abbracciandolo con forza.
Il loro energico amplesso si protrasse con vigore crescente, sia nei loro desideri, sia nelle loro sensazioni, sia nelle loro voci gaudenti, sia nei loro movimenti. Tanto che l’uomo sollevò il busto e lo puntellò con le braccia a terra, pur di acquisire veemenza e rapidità ancora maggiori, spingendosi e ritraendosi in un alternarsi che non conosceva posa, sempre più rigido ed impaziente. Poi anche la sua resistenza fisica cedette allo sforzo, provocando in lui rapidi e rumorosi ansiti, finalmente sovrapposti a quelli tanto decantati da parte della sua compagna.
In conclusione i loro fianchi erano così aderenti che sarebbe parso impossibile staccarli, supportati dalla schiene inarcate e dagli scatti energici e veloci dei muscoli. Le carni dell’uomo dal viso segnato pulsavano di piacere vivido, quasi in perfetta concomitanza con le contrazioni di quelle nelle quali si rinfoderavano di continuo, le pelli erano ormai imperlate di argentato sudore ed i fiati caldi si annuvolavano nella fredda aria della notte tutta intorno. Allora il vento prese a fischiare un canto soave fra il fruscio delle foglie, stormi di uccelli notturni dispiegarono le loro ali, la luna ravvivò i propri pallidi raggi; e rapiti, ignari di qualsiasi cosa non rientrasse nel loro sistema chiuso, allietati dagli odori forti dei loro corpi, appagati dai reciproci rispecchiamenti dei loro occhi, solleticati dallo sfiorarsi delle loro cuti, dilettati dalle espressioni insensate delle loro voci, sollazzati dall’unione dei loro sessi, vennero unanimemente, gridando sommessamente ed allungando i colli, riversandosi ed empiendosi di vita, godendo di una cosa che non avevano mai neppure immaginato.

 

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