Son of Darkness

 
 
 
Primavera 2003

S&J (la mia nuova rubrica "angolo commenti"): Eccoci qui, ad un nuovo racconto!! Ah, che gioia!! Penso proprio che mi divertirò un sacco... se i personaggi vi ricordano qualcuno in particolare, beh, potrebbero essere liberamente ispirati a quel determinato qualcuno.
Ringrazio un certo "artista" per aver prestato il suo intero lato fisico all'ispirazione che ha creato il mio protagonista...
Dai che comincio!!

 

One - The Beauty and the Beast


 
Risplendono. Rifulgenti, e mi colpiscono gli occhi, ritratto della mia sensibilità, limpidi e menzogneri, del colore di un cielo che malsopportano vedere.
Risplendono, i raggi di una pallida luna piena, che incanta le creature del giorno e saluta quelle della notte con abitudinaria regolarità.
Luce sufficiente a permettermi di percepire l'oro smerigliante di estesi campi di grano diurni che, se potessero incontrarla, saluterebbero la mia corta ed esatta chioma come un essere saluta sé stesso - o ciò che di sé stesso percepisce - quando incontra uno specchio.
Ma queste voci sofisticatamente romanticheggianti non fanno per me, e quindi mi stupisco da solo nell'usarle.
In realtà ciò che vedo è solo il mio mondo, tinto in una sinfonia mista in sfumature fra il blu ed il nero.
E ciò che raggiunge il mio olfatto? Non i profumi floreali di questa primavera, ma l'istinto del tendere a cercare ciò che può placare i miei appetiti, anche per stanotte. Sangue.
E così, sto tirando avanti giusto da un paio di secoli. Non questo granché. Di fatto sono giovane, per essere ciò che sono, e forse ciò che non vorrei neppure essere. Ma allora lo volevo, ed eccomi fregato. Vabbè. Cosa importa? Cerchiamo da mangiare!
Gettando un'ultima occhiata ai campi di biondo grano (che ora è solo azzurro) davanti a me, mi volto e torno in paese. Un paese piccolo, una cosa quasi insignificante, sperduta fra pennellate di natura rigogliosa. Come ci sono finito, io, qui, ancora non l'ho capito bene. O, meglio, non ricordo esattamente. Certo è che non ci resterò a lungo. Solo una delle infinite tappe nei miei numerosi viaggi. In fondo sono uno che per questo mondo neppure esiste, non vedo perché pormi problemi.
Basta, ho fame!

Naturalmente, come mi aspettavo, le strade, se così si possono pretendere di chiamare, sono totalmente deserte. Che ore sono? Le due... Mi trascino fra queste fattispecie di casupole di sassi e mattoni, una cosa penosa. Forse dovrei piantarla di passare la maggior parte del mio tempo nelle metropoli, ma che dire? Nulla di più comodo, per un essere privo di identità quale sono io.
Improvvisamente, ondate di suoni colpiscono il mio timpano. Voci. Le seguo, e mi ritrovo semplicemente davanti ad un gruppo di ragazzetti in piena pubertà che giocano a fare i trasgressivi, incontrandosi con i loro catorci a due ruote in un crocicchio più deserto che mai... sai l'emozione! Beh, non importa: almeno ho trovato il pranzo.
Mi avvicino con una certa discrezione. Shad il gatto, come mi chiamano alcuni... idioti. Preferisco non pensarci.
Intanto muovo qualche altro passo verso i ragazzini, avvolto nel mio mantello nero un po' metallaro... a dire il vero l'ho proprio preso ad un tizio che usciva tutto storto da un concerto metal. Ancora non capisco se avesse pogato troppo, se ci avesse dato dentro alla grande di gomito, o se avesse fatto entrambe le cose. Diciamolo sinceramente: di solito non ammazzo gli uomini. Anzi, proprio non li tocco neppure, mi fa quasi schifo l'idea di mordere un collo maschile. Però quando uno ha fame ha fame, e se gli serve qualcosa - o vuole qualcosa - è poi la stessa cosa.
Mi riscuoto da tutti questi pensieri solo per constatare un'altra volta che sono molto giovani, e quindi avranno la pelle morbida. Chi lo sa, chiudendo gli occhi rischio anche di illudermi... però che schifo! E va beh, dovrò prendermi ciò che passa il convento, temo.
Muovo altri passi, finché arrivo sin troppo vicino per lasciare loro speranza. Fra i tre scelgo casualmente, atterrando due di loro con un unico taglio di mano ed afferrando immediatamente il terzo, prima che abbia modo di emettere il minimo suono. Il ragazzino prende a dimenarsi in maniera piuttosto frenetica, suscitando in me il divertimento all'inutilità del suo gesto. Lo lascio sgambettare un altro po', giusto finché il suo sguardo incrocia la mia bocca, e le mie labbra scoprono i miei denti. A questo punto inizia solo a tremare.
Ah, amo essere sadico! Mi nutro ancora un po' del suo terrore, godendolo a pieno, prima di sussurrare:
"Non avere paura... ti farà un po' male, ma non voglio ucciderti. Dormirai solo... molto profondamente!" concludo, con una risata cruda.
Tenta di nuovo di dimenarsi, in piena inutilità, mentre i miei canini si avvicinano rapidamente al suo collo. Passo la lingua sulla sua pelle, giusto per saggiarla... è proprio vero che gli uomini hanno un sapore schifoso! Ma come fanno le donne - intendo di quelli come me - a nutrirsi di loro?? Non m'importa, decido di chiudere gli occhi, trasportare la mia mente in una dimensione fantastica e mordere. Ed è proprio in quell'istante che un tonfo mi distrae. Alzo gli occhi verso la presunta provenienza di quel suono, e ciò che vedo mi lascia semplicemente senza fiato.
Lo stupore è tale che sciolgo la mia stretta e permetto, incurante, che il mio pranzo fugga più rapido di un ghepardo da questo luogo.
Per un istante mi sento come uno stilnovista di fronte alla propria fonte di ispirazione. Lei è... fulgente e diafana ad un tempo. Una cosa che non so ben spiegare, ma che mi colpisce semplicemente, dritto dentro. Le mie pupille si ingrandiscono e raccolgono quanta più luce possibile, favorite dalla copiosa presenza di raggi lunari. Ed ora il mio sguardo felino vede. Vede alla perfezione, il verde silvano dei suoi grandi ed innocenti occhi, riconosce con esattezza il biondo-rosso dei suoi lunghi capelli lisci e perfettamente ordinati, delinea dettagliatamente i tratti delicati e dolcissimi del suo viso, della sua bocca morbida anche allo sguardo, del suo incredibile collo sottile. La sua pelle... oh, cielo, la sua pelle è una cosa eburnea, lattea, nivea, di una fragilità indicibile, che ti fa quasi venire la paura che a soffiarci sopra si potrebbe screpolare e disperdere nella brezza notturna.
Sto impazzendo. Sono come folgorato da una tempesta interna. Mi sento imbattibilmente afferrato da una sorta di reazione psico-chimica.
Solo allora mi avvedo di come lei mi stia fissando - in una maniera totalmente assente, senza neppure vedermi. Non riuscendo ad abbandonarla con lo sguardo, mi avvicino, passo sempre felpato per naturale vocazione ed abitudine. La sua reazione non muta.
Un altro passo, in una maniera che evoca pensieri carichi di sottointesi sessuali persino a me stesso. Nulla.
Ancora non so neppure se la morderò o se la vorrò solo come donna. L'unica cosa che riesco a fare, ora che le sono abbastanza vicino, è afferrarle la mano in una carezza.
Di colpo, le sue palpebre si abbassano e si rialzano per diverse ripetizioni, mentre tutto il suo corpo freme. Il vuoto nei suoi occhi è scomparso, ed improvvisa sorge la curiosità e lo smarrimento. Perfetto: ora la trovo ancora più attraente!
Mi fissa, questa volta in maniera più mirata. Solo ora comprendo che il sonnambulismo può giocare brutti scherzi ad una dolce, innocente e giovane fanciulla.
Le sue labbra si dischiudono, forse per chiedermi qualcosa. Il mio sguardo si posa su esse, per poi tornare alle sue iridi primaverili, facendola tacere. Sono dunque spaventoso anche quando voglio esprimere dolcezza? Forse è la prima volta in vita mia in cui ciò non mi rende soddisfatto. Ma ora so solo che devo fare qualcosa, che sia baciarla o morderla, non m'importa!
Devo... ma non sono abbastanza veloce, poiché una voce maschile distoglie entrambi dallo stato ipnotico ed un po' surreale nel quale eravamo persi. Una voce, chiamando "Elaine".
La ragazza si volta con un sussulto, e tutto scompare d'un tratto, ritornandoci alla cruda, buia e fredda realtà di questa notte, seppur di plenilunio.
Da dietro all'angolo di un edificio che circuisce la piccola piazza, vedo spuntare un uomo alto, spalle larghe, capelli ed occhi scuri. Uno di quei visi comuni, che non dicono nulla, o che, al più, ti suscitano l'irresistibile pensiero che hai di fronte il tipico, solito idiota. Ma non avevo di certo bisogno d'intravederlo per iniziare ad odiarlo, visto ciò che ha fatto. O forse, per meglio dire, ciò che ha impedito che io facessi.
Noto comunque con una certa soddisfazione che, dopo essersi ripresa da quel turbine di sorprese, la piccola Elaine si volta verso di me, per scoprire solo che si è voltata verso il punto in cui io mi trovavo pochi istanti prima, e che ora è abbandonato al proprio vuoto personale.
Scusa se sono scomparso, tesoro: sono un tipo discreto.

 
 
 
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