Jacopo

 

Uno - La Luna Nuova


Esistono tempi che paiono infiniti, ed altri che sembrano passare in un lampo. Rapidissimo mi sembra difatti il tempo intercorso fra quel momento ed ora. Interminabili erano invece stati i dieci anni che precedettero quel giorno - benedetto o forse maledetto.
Guardavo le sbarre fredde ed opache, i volti ormai noti dietro di esse, il secondino davanti a me. Tutto sembrava incredibilmente irreale, quel giorno. Il cielo si era svegliato ingrigito dalla notte nuvolosa, l'aria pareva come attutita dall'umidità, il freddo penetrava nel profondo delle ossa. Le voci dei miei conoscenti, amici o meno che fossero, rimbombavano lontane sullo sfondo della mia mente, mentre percorrevo per l'ultima volta lo scarno corridoio tristemente illuminato dalla luce al neon, che dipingeva tutto in un connubio di grigio e giallo morto. Alcuni sembravano invitarmi a non dover più tornare là dentro, altri raccomandavano minacciosamente di non farlo. Ma una cosa era totalmente a fuoco nel piccolo barlume di lucidità che accompagnava i miei passi: io di certo lì dentro non volevo tornare!
Avevo passato l'intera notte a fissare un soffitto che scorgevo a malapena nell'oscurità, mentre il mio compagno di cella, sotto di me, russava abbondantemente e rumorosamente. Avevo pensato a tutti gli anni persi in quel maledetto posto, mi ero chiesto come potessi fare ad afferrare di nuovo la mia vita, scivolatami fra le dita tanti anni prima, a causa di una colpa che mi apparteneva, e di un'idiozia che mi era estranea. Aveva però senso vendicarmi sull'uomo che mi aveva fatto arrestare? No, non lo volevo uccidere. Non volevo più uccidere nessuno, mai più! Oh, lo avevo giurato solennemente dentro di me, e ad ogni nuovo passo verso la portineria ripetevo questa promessa, unitamente all'intenzione di non tornare mai più in quel maledetto luogo da cui, finalmente, stavo uscendo.
Ci fu parecchio sferragliare di cancelli che si aprivano e richiudevano e poi, d'improvviso, la voce dell'inserviente alla ricezione mi distolse dai miei foschi pensieri. Lo guardai quasi assente, mentre ripeteva il mio numero d'immatricolazione, il mio nome e tutto il trafiletto che per lui era una normale routine. Mi consegnarono i miei effetti personali ed i miei vecchi vestiti e poi: "cinque-cinque-uno-nove-otto-uno, puoi andare ad indossare di nuovo i tuoi abiti civili".
Ecco, gli abiti civili rappresentarono un certo qual problema. Non ero ingrassato, ma le mie spalle si erano allargate, ed i miei muscoli erano diventati più voluminosi a seguito dell'attività fisica che avevo praticato in quegli anni. I pantaloni si chiusero, ma si tiravano terribilmente sui quadricipiti, tanto da farmi sembrare un perfetto idiota appena uscito da una discoteca per ricc(hi)oni sfigati. La t-shirt - e ringraziai il cielo che non fosse una camicia! - era tirata sul petto e sulle braccia, tanto da risultare attillata pure lei. Solo le scarpe - sempre per grazia del cielo i miei piedi erano rimasti invariati - parevano calzare perfettamente.
Vestitomi, gettai allo specchio uno sguardo disperato e pregai di avere con me abbastanza denaro per potermi infilare nel primo negozio di abiti probabili che capitasse alla mia portata. Tornai quindi all'accettazione, camminando con una particolare cura rivolta ad evitare che i miei jeans si rompessero, facendomi sembrare ancora maggiormente una bestia rara.
"Fai il bravo, ragazzo!" disse infine la guardia che mi stavo lasciando le spalle, richiudendo l'inferno dietro di me, e lasciandomi fuori.
Il primo alito di vento che mi scompigliò i corti capelli castani e un po' brizzolati portava con sé l'aria gelata di un nuovo inverno, ma io la percepii unicamente come fresca, come nuova, come profumata di qualcosa che per troppo tempo avevo solo agognato. Sorrisi, guardando il cielo già rombante sopra di me. E mentre lui prometteva pioggia, io improvvisamente fui scosso da un brivido. Ma oltre al freddo, che in un primo momento avevo ignorato, iniziavo pure a sentire un po' d'incertezza, un po' di paura su cosa sarebbe avvenuto da allora in avanti. Così, sciocco ragazzo!, eccoti qui: sulla palma della mano della libertà, che tanto hai sospirato... con la paura del futuro sotto la pelle e un'eccitazione di gioia ribollente nelle vene. Un pensiero simile a questo mi attraversò in quel momento, e per un istante mi fermai in mezzo al marciapiede e non seppi bene cosa pensare. Finì che decisi di non pensare affatto, proprio nel momento in cui adocchiavo un fast food a poca distanza. Soppesai la possibilità di entrarvi: poco cibo in relazione al costo, valori nutritivi agghiaccianti, odore di fritto che si appiccica ai vestiti di ogni cliente. Cosa stavo aspettando? Dimentico del mio abbigliamento poco decoroso, attraversai la strada e infilai la porta del ristorante.
Una volta consumato il mio pasto non potevo certo dirmi satollo, eppure mi sentivo terribilmente soddisfatto dalla mia prima esperienza al mio ritorno "nel mondo di fuori". Del resto la mia mancata sazietà mi lasciava anche una buona motivazione per gettarmi su qualche altra schifezza alimentare non gustata per tanto tempo, non appena se ne fosse presentata l'occasione.
Uscii dal quartiere in cui avevo alloggiato senza interruzione durante gli ultimi dieci anni, e, dopo alcuni isolati, mi ritrovai ai confini del cuore pulsante del commercio. Tuttavia, passato davanti ad una vetrina a caso di un negozio a caso, vidi la sagoma approssimativa del mio accennato riflesso, e mi rammentai così d'improvviso del mio abbigliamento. Mi guardai intorno rapidamente e scelsi un piccolo negozio a pochi metri di distanza, che sembrava vendere capi casual e che in quel momento pareva abbastanza vuoto. Vi entrai rapidamente, per fermarmi a pochi passi dalla porta e cercare il portafogli nelle tasche. Tirai un sospiro di sollievo quando notai che avevo due banconote di grosso taglio con me, e mi rivolsi quindi ad una ragazza vicino al banco.
"Buongiorno." La indirizzai, inducendola così ad alzare lo sguardo da alcuni fogli su cui si concentrava.
Aveva due grandi occhi verdi, di un verde simile a quello delle foglie giovani, o del fusto di un alberello neonato. I suoi capelli erano una liscia e lucente cascata d'oro biondo-rosso. Le sue forme erano piacevolmente e marcatamente femminili: seno abbondante, tondo e pieno e fianchi piuttosto larghi rispetto alla vita, forse troppo - un particolare che per qualche ragione mi attraeva molto. Rimasi esterrefatto, come fulminato sul posto, mentre mille pensieri indicibili mi attraversavano la mente. Realizzai che da ben dieci anni non sfioravo una donna vera neppure con lo sguardo.
"Buongiorno..." rispose stranamente titubante, rivolgendomi un sorriso incerto.
"Ecco, io... mi servono dei pantaloni di una misura decente, perché questi... beh, lo vede anche lei. E poi una maglia... o forse è meglio una camicia, ecco! Ah, e ovviamente una giacca: d'accordo che il freddo preserva, ma io vorrei arrivare completamente brizzolato alla fine di questo decennio..." le scoccai un sorriso intenso, stupendo me stesso della disinvoltura con cui avevo piazzato quella battuta idiota.
Ridacchiò con una voce che a me pareva d'argento e mi domandò di voltarmi perché potesse vedere la misura dei miei jeans attuali, i quali, se non altro, mi calzavano in quanto a lunghezza. Mi chiese quale forma e quale colore preferissi, e se volevo qualche marca particolare.
"Forma? Forma in che senso? Non lo so... normale..."
"D'accordo, le porterò qualcosa con il taglio dritto. Sa, a molti piace lo scampanato, in questo periodo!" ridacchiò allegra.
"La campana?... Oh, santo cielo, non posso credere che queste cose vadano ancora di moda!" esclamai quasi assorto, mentre lei mi guardava un po' spiazzata, come a chiedermi da dove, o, forse, da quando venissi.
Finì che provai cinque paia di pantaloni, tre camice e due giacconi. Quando uscii soddisfatto dalla cabina indossavo un paio di blue jeans molto "classici", una camicia bianca dal taglio giovanile ed un giubbotto di pelle lungo fino alle anche, nero.
"Così sta benissimo!" sorrise la ragazza, con i vestiti fornitimi in precedenza accatastati disordinatamente ed in bilico sulle braccia.
Ammiccai soddisfatto e le chiesi se fosse possibile che tagliasse i cartellini, così che io potessi pagare senza spogliarmi, e potessi quindi andarmene con indosso quella roba. Ma prima che riuscisse a rispondere un nuovo elemento femminile irruppe nel negozio da una porta sul retro. Era più alta della giovane con cui avevo parlato fino a quel momento, forse di una decina di centimetri. Aveva i capelli e gli occhi scuri, ed un viso ridente e sveglio, ma non angelico come quello della rossina che mi aveva servito sino a quell'istante.
"Eccomi qui! Scusa se ci ho messo tanto, ma la mamma non la piantava più di parlare!" incominciò tutto d'un fiato, rivolta all'altra, prima di lanciarmi un'occhiata. "Ma che fai, Leah, mi rubi i clienti?" riprese poi, ridendo.
"Beh, lui aveva bisogno, e mi sono improvvisata commessa..." le fece l'occhiolino Leah, appoggiando sul banco il pallotto di abiti che stava per caderle a terra.
"Ah, ecco... mi scusi, io... comunque grazie!" blaterai io, un poco spiazzato, continuando a fissare i suoi splendidi occhi verdi.
Quanti anni poteva avere? Forse venticinque o ventisei - una decina in meno di me? Continuai a pensarci per giorni, dopo essere uscito da quel negozio. Per molti giorni.
Ad ogni modo, conclusa la mia prima missione nel mondo reale, iniziai a preoccuparmi di altri bisogni fondamentali, quali il denaro e l'alloggio. Avevo lasciato il mio appartamento e venduto i miei mobili dieci anni prima, e la poca roba che ancora possedevo doveva essere chiusa in un piccolo magazzino che avevo comprato per l'occasione. Il fatto che in tribunale mi fossi apertamente professato colpevole e la precedente consapevolezza di ciò mi avevano dato tutto il tempo di organizzare i preparativi per una mia lunga assenza. Del resto, al tempo del processo, mentire sui fatti per me si sarebbe rivelato ancora più rischioso che ammetterli.
Riassunsi la mia situazione, e decisi che come seconda cosa dovevo passare in banca a visualizzare la mia situazione. Ero fortunatamente riuscito a rinnovare il mio documento d'identità poche settimane prima di uscire dal carcere, e quindi ero persino in regola per presentarmi alla cassa.
Frugando nella memoria ed augurandomi che la città in tutti quegli anni non avesse subito troppi cambiamenti, andai alla ricerca di una filiale della banca di cui ero cliente. Per mia fortuna scoprii che quest'ultima non si era spostata, e mi recai allo sportello, chiedendo il saldo dei miei conti e dei miei investimenti. La sorridente ragazza dietro il banco schiacciò alcuni tasti del suo computer, poi sgranò gli occhi e sbiancò, blaterando qualcosa del tipo:
"Forse è meglio che parli con il suo consulente... glielo chiamo... si accomodi pure là, intanto..."
In effetti il mio consulente comparve a breve termine, si mostrò terribilmente e quasi disgustosamente amichevole nei miei confronti, e cercò senza successo di informarsi su dove fossi stato per tutto quel tempo in cui non ci eravamo visti. Tuttavia la prospettiva che io potessi andarmene seccato insieme a tutti i miei averi parve placarlo alquanto. In effetti i miei possedimenti erano ingenti. Le cifre si aggiravano ben oltre i sei zeri. Scoprii comunque con piacere che il mio capitale aveva anche avuto modo di fruttare parecchio, malgrado la pesante crisi economica globale di qualche anno addietro.
"E, mi dica... ha qualche prospettiva d'investimento, attualmente?" mi domandò d'un tratto, quasi malizioso.
"Sì: voglio comprarmi una casa e una macchina. Ma non si preoccupi: dovrei non spendere più di un milioncino..." risposi con un sorriso, ricordandogli che anche se non spendevo un po' di soldi in vita, nella bara non potevo comunque portarli.

La macchina venne prima della casa: fu un desiderio che mi permisi di realizzare immediatamente. Scelsi una BMW Coupè serie sei, nera. Per un incredibile colpo di fortuna, il garage in cui capitai aveva già a disposizione l'auto che desideravo, con tutti gli optional che avevo scelto.

Alla fine di quella prima giornata di libertà mi sentii completamente a pezzi. Evidentemente non ero abituato a sopportare un ritmo così sostenuto e privo di routine. Comunque mi recai presso un ottimo albergo. Avevo deciso di concedermi il meglio, almeno per iniziare.
Vedendomi entrare in jeans e giubbotto di pelle, il concièrge ebbe di che squadrarmi fugacemente. L'addetto al ricevimento, invece, seppe essere perfettamente diplomatico e falsamente cordialissimo. S'illuminò, ad ogni modo, quando vide il mio pagamento anticipato a contati per una suite di classe.
"Sa, sto aspettando il rinnovo della carta di credito. Pagherò a contati, per ora..."
La stanza che mi venne assegnata fu quanto di più lussuoso avessi mai visto. Mi resi improvvisamente conto di aver esagerato un poco: per quanto amassi la vita agiata ed elegante, non ero certo un tipo da sfarzo. Ad ogni modo alzai le spalle e mi presi un lungo e caldissimo bagno, prima di godermi il servizio in camera davanti ad una tv con schermo al plasma enorme, con tanto di dominio totale del telecomando e scelta considerevole di canali.

Il primo giorno... sembrava un sogno. A causa della mia sovreccitazione faticai a lungo a prendere sonno, e mi rigirai abbondantemente fra le lenzuola. Nella mia mente affioravano insistenti e continui i pensieri riguardanti il giorno successivo. Consideravo cosa dovevo ancora fare, programmavo come muovermi, fissavo le mie priorità. Tutte queste meditazioni erano inoltre frammiste a ricordi recenti, che ancora mi pizzicavano sulla pelle. L'angelica fanciulla del negozio di vestiti, la banca, la macchina nuova. Alla fine mi sentii talmente confuso ed intontito dal sonno che si rifiutava di liberarmi che mi levai con uno scatto le coperte di dosso e balzai in piedi. Mi avvicinai alla porta-finestra che dava sul balcone, scostai le tende ed osservai il cielo. Le luci della città oscuravano le stelle, e la luna non compariva: era una notte di luna nuova, la mia prima notte a piede libero. Come me, anche l'astro celeste si preparava ad intraprendere un nuovo ciclo di vita.

 

-> Due - Sogni

<- Nota Introduttiva