Due - Sogni
Un vento gelido annunciò l'incedere del giorno in una fosca mattinata
di novembre. L'inverno si era preannunciato, e la gente si recava al lavoro
avvolta in pesanti cappotti, con i volti nascosti nelle sciarpe e le mani
nei guanti. Pareva che avrebbe nevicato presto, quell'anno.
Uscendo di buon ora da una pasticceria, osservai il cielo e rammentai gli
inverni del carcere. Alle prime nevicate mi accostavo alla finestra ed osservavo
la neve che si depositava sul sostegno delle sbarre. I ricordi di un bambino
spensierato rapivano allora la mia mente, ed io mi ritrovavo poco più
alto di un metro, totalmente imbacuccato ed eccitato dal candore del mondo
circostante. Correvo incespicando e mi divertivo persino nel precipitare a
terra. Mi rotolavo sulle pianure imbiancate e mi prodigavo nella costruzione
di pupazzi pasciuti e castelli gelati. Mi divertivo per tutto il giorno, e
quando mio padre veniva a recuperarmi, sotto ordine di mia madre, mi lasciavo
prendere in braccio e mi stringevo al suo collo, ridendo felice e chiedendogli
cosa avremmo mangiato a cena.
Eravamo una famiglia piuttosto povera. Papà faceva l'operaio in una
fabbrica e mamma lavorava da casa, eseguendo rammendi per conto di una sarta.
Vivevamo in un palazzo piuttosto fatiscente, alla periferia della città,
vicino alla campagna aperta. Comunque, sapevamo essere felici. Mio padre era
un uomo molto intelligente e scaltro, ma aveva incontrato molte sfortune nella
propria vita, ed aveva perso tutto quello che aveva saputo costruire, a causa
di fatalità che non dipendevano da lui. Ad ogni modo compiva molti
sforzi per potermi assicurare un futuro, e numerose erano le sue rinunce,
pur di riuscire a viziarmi almeno un pochino - quel che bastasse a portarmi
talvolta al cinema o al luna-park. Amavo immensamente mio padre, sempre pronto
ad essermi vicino e ad insegnarmi qualcosa di nuovo, sempre pronto ad ascoltarmi
e a guidarmi.
Mia madre era una donna dolce e bella, di una bellezza radiosa, solare e tranquillizzante.
Tutti le volevano bene ed erano sempre pronti a farle una favore se lei ne
aveva bisogno, come lei aiutava sempre tutti coloro che poteva aiutare. A
Natale, per esempio, cucinava biscotti per tutto il vicinato, soprattutto
per le famiglie ancora più sfortunate di noi. Adorava l'idea di poter
dare un po' di felicità a qualcuno. E, dopo la messa di mezzanotte,
tornavamo a casa e lei regalava sempre sia a me che a mio padre un capo di
vestiario particolare, che aveva cucito o ricamato lei.
Già... la neve mi trascinava in un mare di emozioni, ed io finivo ogni
volta con l'avere gli occhi gonfi e lucidi. Per questo motivo, quando ero
in carcere lasciavo che il mio sguardo si perdesse nella neve solo quando
mi trovato da solo. In altri momenti aprivo la finestra e gettavo delle briciole
nel cortile, osservando i passeri ed i merli che si precipitavano a beccare
quei frammenti di vita. E anche per loro la giornata era salva.
L'inverno, ad ogni modo, era sempre stato portatore di momenti o ricordi speciali,
nella mia vita.
Annusai l'aria scrutando il grigiore del cielo e provando a lasciare tutti
quei pensieri dietro di me: avevo una cosa molto importante da fare. Tutto
era iniziato pochi giorni dopo il mio ritorno alla libertà. Passeggiavo
sul molo, allora, e lo percorsi interamente, sino al confine della zona residenziale
affacciata alla costa. Era una giornata lenta, illuminata dal flebile sole
dell'autunno. Così continuai a camminare, lungo le strade dei quartieri
più eleganti della città. Camminai a lungo, sino a che, lentamente,
le villette iniziarono a rarefarsi. La strada principale improvvisamente si
scostò dal litorale ed iniziò a salire verso i colli. Lì
l'abbandonai, e proseguii il mio cammino lungo il sentiero in terra battuta
che portava alle spiagge nascoste dagli scogli, quelle in cui si incontrano
le coppie che non hanno altro luogo in cui fare l'amore. Ad ogni modo l'aria
pungente mi assicurava che avrei evitato di sembrare un improvviso voyeur.
Così, dopo un centinaio di metri, improvvisamente la vidi. Fu come
un miraggio. Ricordai un film che avevo visto in prigione. Un film strano,
ambientato in un futuro non troppo lontano, in cui un reietto acquistava l'identità
di un uomo per poter realizzare il suo sogno. In quel film ne avevo vista
una simile, una che mi aveva suscitato il desiderio di possederne una a mia
volta: una casa solitaria sul ciglio dell'oceano. E quella sembrava assolutamente
perfetta: un poco arroccata, con un ampio terrazzo davanti a cui c'erano solo
onde. Una spiaggia pulita tutto intorno - probabilmente in parte appartenente
al terreno su cui sorgeva la villetta, un piccolo molo, qualche pino di mare
e una strada asfaltata molto discreta e comoda che conduceva fin lì.
E, infine, la parte migliore: un cartello conficcato nel terreno che citava
"in vendita" sopra ad un numero di telefono. Era evidentemente da
ristrutturare, all'esterno come all'interno, ma era comunque assolutamente
perfetta.
Inutile dire che chiamai immediatamente il recapito indicato sul cartello,
scoprendo che corrispondeva ad un'agenzia immobiliare. Il contratto di compravendita
venne stipulato in poco tempo, ma malgrado i miei possedimenti scelsi di accendere
un prestito ipotecario per ottimizzare la mia situazione fiscale. Concluse
le pratiche, ad ogni modo, contattai subito un architetto che mi era stato
indicato come molto bravo nel suo lavoro, e gli diedi mandato di sistemarmi
la mia casa, seguendo alcune mie indicazioni, ove possibile.
Quel giorno mi stavo appunto recando dall'architetto per discutere gli ultimi
dettagli, prima che i lavori di risanamento iniziassero. Certo, ci sarebbe
voluto qualche mese, ma ero disposto ad aspettare, pur di avere un lavoro
ben fatto.
Nel frattempo avevo affittato un appartamento ammobiliato, sebbene per pochi
mesi. L'avevo scelto in una zona bella, discreta e pulita, fra i piani alti
di un grattacielo. Una zona che mi aveva visto spesso protagonista celato
ed ignoto di avvenimenti importanti, una zona in cui, paradossalmente, nessuno
avrebbe saputo identificarmi. Era mio esplicito desiderio che nessuno mi riconoscesse,
in modo che potessi iniziare una nuova vita, partendo da zero... o quasi.
Del resto, già prima della disgraziata vicenda, erano pochissime le
persone che avevano contatti con me. Non avevo parenti per fatalità
e non avevo amici per scelta. Poco prima dei miei vent'anni avevo infatti
maturato l'idea che i legami non potevano portare che sofferenze, e mi trovai
così ad abbracciare uno stile di vita degno della scuola di Zenone
di Cizio. Unendo questa scelta al fatto che fossi un perfetto nessuno, sfruttai
la mia condizione di uomo invisibile a mio vantaggio, riuscendo ad ottenere
in poco tempo molto più di quanto molti uomini possiedono in un'intera
vita.
Per molti anni rimasi convinto che le mie scelte mi avrebbero accompagnato
per sempre, e che non le avrei mai rimpiante. Non seppi mai se fu lo scorrere
del tempo o la prigionia ad ammorbidire i miei ideali. Forse furono entrambe
le cose. Fosse come fosse, a trentasei anni mi sorpresi a pensare che sarebbe
stato terribilmente triste concludere la mia esistenza senza aver mai condiviso
un sorriso o anche qualche lacrima con qualcuno. Non che mi fossi trasformato
in un animale sociale, ma improvvisamente desiderai poter spartire un po'
di me stesso con qualcuno che mi comprendesse. Sarebbe mai esistita, ad ogni
modo, una persona in grado di accettare ciò che ero stato e ciò
che ero diventato? Conclusi che questa persona esisteva e che l'avrei incontrata,
se solo il destino l'avesse voluto, e che quindi era inutile preoccuparsene.
Continuai comunque a sperare che il suddetto signor Destino sarebbe stato
magnanimo con me, almeno una volta nella vita. Del resto era stato lui a portarmi
alla disperazione e alla conseguente perdizione che si era assolutizzata in
rovina. Già, la rovina... e ancora non avrei saputo immaginare quanto
ingentemente questa parola sarebbe ancora stata protagonista nella mia vita.
Il vento del Nord continuò a soffiare per una settimana buona, mentre
io cercavo di reinventare me stesso. Passavo ore in biblioteca nel tentativo
di recuperare pezzi di storia scivolatemi fra le dita, facevo lunghissime
passeggiate per le strade della città, compivo lunghe gite in macchina,
andavo a nuotare e in palestra, frequentavo il centro città e tutti
i suoi negozi, spaventandomi quasi di quanto la tecnica fosse progredita nel
giro di un decennio. Finii anche per comprarmi un gatto. Lo presi che era
un piccolo bioccolo bianco, terribilmente peloso. Era una femmina, e la chiamai
Eowyn, ma spesso mi rivolgevo a lei con un "ma petite copine".
Eowyn infatti fu una delle "donne della mia vita": era molto affettuosa
e molto intuitiva. Veniva spesso a coccolarmi quando si accorgeva che ero
malinconico, rimaneva nel suo angolo quando mi trovava nervoso e sapeva sfruttare
egregiamente i miei momenti di buonumore e conseguente generosità.
Comunque fosse, io e la mia batuffolosa amica imparammo molto in fretta a
convivere in perfetta sintonia.
Quanto il vento cessò di investirci del suo gelo, una giornata finalmente
soleggiata e meno fredda delle precedenti ci alleviò un istante dal
peso della nascente stagione morta. Camminando per strada si riusciva persino
a tenere la giacca aperta, in maniera che svolazzasse un poco mentre si accompagnava
ai passi. Quel giorno, sereno e quieto, indossavo un paio di pantaloni scuri
piuttosto eleganti ed un dolcevita nero a coste strette, sotto ad un mantello
in pelle nera a sua volta. Passeggiavo per uno dei parchi cittadini più
belli che si potessero trovare dalle nostre parti: perfettamente curato, pulito,
dall'atmosfera placida ed idilliaca. Tenevo le mani nelle tasche ed osservavo
le persone a spasso con i cani e le giovani mamme con i pargoletti paffutelli.
Poi, d'improvviso, accadde qualcosa totalmente fuori programma: una figura
femminile seduta su una panca attirò la mia attenzione. Era avvolta
in un impermeabile scuro, portava un paio di jeans classici ed una maglia
azzurra e, seduta, leggeva un libro di formato tascabile, ma piuttosto spesso.
I capelli erano raccolti in una treccia ordinata, ma non erano per questo
meno belli della prima volta che li avevo visti - solo meno godibili. Mi avvicinai
a lei con calma, continuando a camminare a passo lento. Lei era totalmente
concentrata sulla lettura e, ad un certo punto, dovette raggiungere un passaggio
particolarmente coinvolgente, poiché cambiò posizione sussultando
un poco, e piegò una gamba incastrando la caviglia sotto al ginocchio
piegato. Si trovò praticamente mezza seduta su uno dei suoi piedi,
mentre l'altra gamba manteneva una posizione "classica", per così
dire. Era davvero incredibile, osservare quel suo lato concitato, infantile
ed emozionale. Forse fu in quell'istante che me ne innamorai.
Mi fermai davanti a lei, a poco meno di un metro di distanza. Se ne accorse
ben presto, ed abbassò il proprio libro, portando per la seconda volta
nella sua vita gli occhi da una lettura su di me.
"Ciao, Leah." Sussurrai con un sorriso, andando a cercare immediatamente
i suoi bellissimi occhi verdi per perdermici un istante dopo.
"Tu..." disse lei, facendomi un sorriso molto dolce.
"Allora ti ricordi di me?" sorrisi felice, facendo un cenno con
la testa e sedendomi accanto a lei un istante dopo.
"Sì... ma non so come ti chiami..." rispose, riponendo un
segnalibro nella sua lettura e nascondendola nella borsa.
"Jacopo, ma se vuoi puoi anche chiamarmi Jack!" le feci l'occhiolino.
"Mmmh... preferisco il primo!" ridacchiò e le sue gote si
arrossarono un poco. Notavo dai suoi movimenti e dal suo sguardo sfuggente
che la agitavo.
"Questo va benissimo. ...e, dimmi, che stavi leggendo?" piegai la
testa e sperai che si distendesse un poco.
"Oh, beh!... è solo... cioè, no, non "solo",
comunque... ecco."
Parlando estrasse nuovamente il libro da dove l'aveva riposto, e me lo consegnò.
"'I fratelli Karamàzov' di Fëdor Michajlovic Dostoevskij...
bello! L'ho letto anch'io..." dissi, restituendoglielo.
"Davvero?" sorrise totalmente felice e, finalmente, sciogliendo
i muscoli.
Finimmo per parlare di letteratura per almeno un'ora, saltando da un autore
all'altro apparentemente senza un preciso percorso logico. Semplicemente,
ogni nuovo argomento si allacciava a quello precedente forse per una semplice
parola buttata lì per caso. Di certo l'aver incrementato la mia cultura
frequentando la biblioteca del carcere stava dando i suoi frutti.
"...e comunque è affascinante come Hélène e la ragazza
del Giappone con gli occhi che "non avevano un taglio orientale"
fossero complementari nel fatto che una avesse una voce bellissima e l'altra
non si sia mai sentita parlare per tutto il racconto... o forse erano due
anime della stessa donna, che l'immaginazione di Hervè aveva scisso
in due metà da amare, ciascuna a modo proprio... perché sono
convinta che le amasse entrambe!" sorrise, attorcigliandosi sul dito
una ciocca sfuggita alla pettinatura.
"Credi che sia possibile amare due persone al tempo stesso?"
"Dipende da che amore si intende: una madre ama tutti i propri figli..."
"Sì, ma l'amore di cui questa madre ama il padre dei propri figli
è paragonabile a qualcosa che prova per qualcun altro?"
"Io credo... spero di no. Perché se fosse così, mi si demolirebbe
un sogno." Sospirò, appoggiando il mento sulle ginocchia, che
aveva accovacciato contro il petto e abbracciato.
"Un sogno...?" le chiesi a bassa voce, quasi avessi paura di calpestare
il suo cuore con l'irruenza della mia voce.
"Il sogno sciocco di una bambina che ascolta troppe favole... il sogno
dell'Amore, quello con la "a" maiuscola... quello che io non ho
mai provato e che mio padre ha sepolto nella morte di mia madre..."
Sospirò ancora, e io non seppi cosa dire. Seppi solo che neppure io
avevo mai provato quel sentimento di cui parlava, ma pensai anche che forse
quest'ultimo aveva invece legato i miei genitori nella vita e forse, addirittura,
nella morte. E, improvvisamente, desiderai poterlo sentire anch'io. E lo desiderai
così tanto che improvvisamente mi resi conto di quanto i battiti del
mio cuore fossero accelerati, e la mia temperatura corporea fosse aumentata.
"Oh, mio Dio!" balzò improvvisamente in piedi Leah, facendomi
quasi prendere un infarto.
"Cosa, che succede?!" le domandai allarmato, balzando in piedi a
mia volta.
"La cerimonia! Maledizione, me n'ero dimenticata! Farò tardi!!
Devo andare subito, subitissimo!" farfugliò totalmente agitata,
imbracciando la borsetta e cavandovi un mazzo di chiavi.
"E... ehi!" blaterai, mentre correva già via.
Improvvisamente si fermò, come rammentatasi di qualcosa. Si voltò
e corse nuovamente verso di me.
"Scusami, scusami! Sono... sono una bambina scema! È che quando
mi agito... sai, sono un po' ansiosa, ogni tanto!... Ecco!... Comunque dev'essere
stata una delle ore più felici della mia vita, quella che ho passato
oggi qui con te! Grazie!"
Ebbi un tuffo al cuore mentre mi diceva queste parole e mi fissava con uno
sguardo intensissimo... eppure con gli occhi tristi.
"Io..." feci per replicare. Avrei voluto dirle più cose di
quante una mente umana possa mettere insieme in un mese intero, ma lei appoggiò
un indice sulle mie labbra.
"Sssh... non dire niente! Lascia perdere questa stupida che hai di fronte,
è meglio... sì è davvero meglio!"
"Ma..."
"Pero!... non dimenticarti di me!..."
Afferrò il mio volto fra le sue bellissime mani, minute come quelle
di una donna delicata come una bambola di porcellana sanno esserlo, si sollevò
sulle punte dei piedi per avvicinarsi alla mia altezza e mi sfiorò
le labbra con le sue. Ogni fibra del mio corpo fremette, ma appena concepii
che volevo abbracciarla il suo corpo si allontanò dal mio. La osservai
spaesato, mentre lei si premeva alcuni polpastrelli sulla bocca e mi guardava
forse spaventata. Ma non di me aveva paura, bensì del fatto che aveva
appena compiuto un'azione che non aveva saputo controllare, e che era come
se sapesse di non dover compiere.
In un istante si girò e corse via, mentre io rimasi lì, fermo,
come un tonno. Rimasi lì anziché rincorrerla. Oh, se solo avessi
potuto tornare indietro!... l'avrei inseguita finché non mi fossero
scoppiati i polmoni, l'avrei trattenuta a qualsiasi costo, contro ogni buona
ragione e cerimonia, foss'anche stata l'auto-incoronazione di Napoleone! Ma
allora non lo feci, e questa fu una cosa che avrei rimpianto per la vita intera.
Se solo allora avessi saputo!... ma quante cose cambierebbero se potessimo
prevedere il nostro futuro!
Quel giorno la guardai sparire dietro ad un gruppetto di ragazzi che passeggiavano
da quelle parti come molti altri e, lì per lì, pensai che era
stato un bacio dolcissimo, che era stata un'ora piacevole e che avrei preferito
che accadesse anche dell'altro. In particolare, mi sarebbe piaciuto che almeno
mi lasciasse un suo recapito. Però, viste come stavano le cose, mi
limitai ad alzare le spalle e tornare al mio appartamento.
Il mio cuore iniziò a sanguinare quella notte. Solo quella notte, dopo un resto di giornata passato nella futilità più totale - il giornale, una doccia, una buona cena per me e Eowyn ed un film neanche malaccio in tv. Andai a letto intorpidito dall'ora tarda e nel dormiveglia ritrovai il suo volto. Dapprima mi rigirai un paio di volte, pensando a quanto fosse piacevole il suo sguardo, il suo sorriso, il suo corpo. Poi il mio istinto si risvegliò e chiamò in causa il mio sistema ormonale, che iniziò a bombardarmi i sensi, fino quasi a costringermi ad alleviarli. Il mio membro nella mia mano e il suo volto nella mia mente. Ma, lentamente, non solo il suo volto, bensì tutto il suo io scivolò dentro di me. Le sue gote arrossate dall'emozione, la sua voce flebile mentre sussurrava i suoi sogni, la tristezza quasi rassegnata del suo sguardo. Smisi di prestare attenzione alle mere sensazioni che sbocciavano dallo sfregamento del mio sesso ed iniziai a fare l'amore con un'intensa illusione. Ma quando il mio corpo si fu liberato, quando il mio respirò iniziò a regolarizzarsi, improvvisamente un acuto dolore mi bruciò dentro, dal cuore alla gola. Fu la consapevolezza dei fatti a provocarlo. Capii improvvisamente che non potevo rintracciarla e che avevo però assolutamente bisogno di rivederla. Forse non compresi immediatamente ciò che mi stava accadendo, ma di certo mi resi conto del fatto che stavo male al pensiero, alla paura di non trovarla.
Tornai al parco tutti i giorni da allora, nel medesimo posto alla medesima
ora, per settimane. Ogni singolo giorno.
Fu tutto inutile.
Cadde la prima neve che mancavano due settimane a Natale. La mia casa era
lungi dall'essere pronta, l'inverno atmosferico era iniziato - il calendario
mente sempre su queste cose - ed io avevo abbandonato la speranza su quella
panchina al parco, deciso a non tornarci più. Il destino aveva voluto
farsi qualche altra beffa di me: è impossibile trovare una persona
in una città così grande senza avere idea di dove o come cercarla,
a meno che ci si metta il Caso.
"In culo il destino!" mormorai, calciando un mucchietto di neve.
Alzai lo sguardo verso la strada, quando notai un uomo alto e bruno che pareva
fissarmi. Aveva uno sguardo terribilmente intenso, stava a una ventina di
passi da me. Portava un giaccone in scamosciato scuro con i bordi in lana
di pecora, i pantaloni neri e le mani nelle tasche. Ci osservammo per un momento
e poi, senza altri preavvisi, si voltò e se ne andò, come se
fosse stato tutto un caso. Eppure, ne ero convinto, mi aveva guardato come
se mi conoscesse.
Cercai di non dare peso neppure a quello, mentre tentavo di ignorare il dolore
che porta con sé una speranza infranta. E mi decisi finalmente a rincasare:
dovevo darmi alle decorazioni natalizie - necessitavo di qualcosa che mi rasserenasse,
ed ero sicuro che Eowyn sarebbe andata matta per queste novità, quali
nuove fonti di gioco nonché possibilità di far impazzire il
suo padrone.