Tre - Il Conte
Natale si avvicinava a grandi passi, e la città era in fermento. La
gente correva freneticamente da un negozio all'altro per compiere le spese
dell'ultimo minuto: madri incerte fra immense quantità di giocattoli,
mariti disorientati di fronte ad enormi scaffali di profumi, nonni infreddoliti
fra borsoni di ogni colore e, infine, puramente ed indiscutibilmente felici,
i bimbi. Le persone sole, invece, tentavano disperatamente di aggregarsi alla
famiglia di qualche conoscente, oppure andavano ad acquistare degli antidepressivi.
Dal canto mio, avevo commesso il grave errore di appendere alcuni cioccolatini
all'albero di Natale: Eowyn era partita alla scalata alla mia prima assenza
ed aveva creato un disordine indescrivibile, costellato di frantumi di carta
stagnola colorata. Ovviamente, come avevo supposto prima ancora di appurarlo,
del cioccolato non era rimasta la minima traccia. Per me era comunque un momento
felice: adoravo le mille piccole luci di cui la città si era agghindata,
come una bella signora vanitosa, e che potevo ammirare ancor meglio grazie
alla veduta che la posizione del mio appartamento mi offriva. Inoltre, per
quanto solo con la mia piccola amica batuffolosa, avrei passato un Natale
in libertà - il primo dopo altri dieci fra fredde e grigie pareti.
Probabilmente mi sarei seduto in poltrona a rileggere "A Christmas Carol"
di Dickens la sera della vigilia, ascoltando un po' di musica classica, sarei
in seguito uscito per la messa di mezzanotte e poi, il giorno successivo,
sarei andato a trovare i miei genitori per dare loro un saluto, come avevo
fatto ogni anno a Natale, ove possibile, sin da quando erano morti.
Naturalmente non mi sarei mai aspettato che qualcosa potesse sconvolgere i
miei piani così a breve termine. E fu un caso davvero singolare.
Mi trovavo al settimo piano di un enorme centro commerciale di merce di qualità
e piuttosto costosa. Stavo girovagando alla ricerca di un nuovo computer portatile
- Eowyn aveva portato a termine l'ennesimo danno, riuscendo a rovesciare una
tazza di the bollente sul mio laptop di pochi mesi, che ovviamente in quell'istante
si era spento esalando i suoi ultimi bit. Ad ogni modo, improvvisamente mi
abbordò un commesso talmente tedioso da riuscire a dissuadermi dal
comprare l'articolo che stavo osservando, e che ero convinto avrebbe lasciato
il negozio con me... prima che quello sopraggiungesse! Mi seccai al punto
da dire apertamente al malcapitato di rifiutarmi di dare i miei soldi ad un
grande magazzino che desse lavoro ad un idiota come lui. Poi, assolutamente
innervosito, mi voltai e mi avviai verso l'ascensore. Qui mi raggiunse una
donna graziosa, piuttosto giovane ed incinta. La parte più umana di
me riemerse, le aprii le porte che si stavano chiudendo, e io e lei ci ritrovammo
soli in discesa verso il piano terreno. Sfiorai appena il suo viso dolce con
lo sguardo e poi mi voltai verso il panorama che si poteva osservare attraverso
il cristallo, quando sentii che ridacchiava. Tornai a guardarla.
"Mi scusi..." disse, ridente, mentre si metteva una mano davanti
alla bocca.
Non risposi, rivolgendole solo un'occhiata un po' smarrita. In fondo non mi
dava nessun fastidio: sembrava molto gentile e solare.
"È che... l'ho vista rispondere a quel commesso. Mi sembrava di
vedere mio marito: pochi giorni fa ha detto esattamente le stesse cose ad
un..."
Le sue parole si interruppero di colpo, dopo che con una brusca frenata l'ascensore
si fermò. Fuori, attraverso le porte di vetro, si potevano osservare
i negozi rimasti al buio, ed alcune persone che correvano qua e là
in preda al panico.
"Accidenti! Sembra che sia mancata la corrente..." disse la donna,
un po' scossa e agitata.
La guardai affatto innervosito.
"Se un folle in preda al panico non taglia i cavi dell'ascensore non
ci resta che aspettare che qualche tecnico venga a ripararlo..." dissi,
alzando le spalle.
"Beh, visto che forse passeremo qualche minuto insieme, prima che mio
marito si accorga che sono bloccata qui e, terrorizzato, chiami l'esercito...
sono Alexis, piacere!" fece la donna con un sorriso, tendendomi la mano.
Le presi le dita, constatando che erano gelate.
"Jacopo..." dissi, levandomi il cappotto e appoggiandoglielo sulle
spalle.
"Oh, grazie!"
"Dovrebbe stare attenta, nella sua condizione..." le feci notare.
"...di quanti mesi è?" non potei poi a trattenermi dal chiederle.
"A dire il vero... mancano solo un paio di settimane, pare! Però
io sto benissimo..." sorrise caldamente, infondendomi una tranquillità
deliziosa.
"Auguri!" le risposi, non riuscendo a nasconderle un sorriso spontaneo.
Ho sempre trovato terribilmente affascinate la vita nascente.
"Grazie! E lei non ha figli?"
"Io... sono solo." Le risposi tranquillamente, tornando ad osservare
l'orizzonte che già imbruniva.
"Capisco... Certo che viene buio presto in questo periodo..."
"Già..."
"Oh, sono tornate le luci! Forse ora ripartiremo! Ah, vorrei tanto presentarla
a mio marito, siccome è stato tanto carino con me! Probabilmente la
ricoprirà d'oro..." rise.
"È davvero innamorato, eh?" feci, sospirando e cercando di
nascondere un velo di amarezza sotto un sorriso, che tuttavia mi uscì
con ogni probabilità piuttosto triste.
Le luci erano tornate sul serio, ma l'ascensore ancora non era ripartito.
Sarebbe stata questione di pochi minuti. Tuttavia, il mio amico Destino aveva
di nuovo voglia di scherzare con me. Pochi istanti dopo il mio commento, difatti,
Alexis improvvisamente fece un urletto strozzato e mi afferrò una spalla
con un gesto incontrollato.
"Va tutto bene?!" le chiesi allarmato, prendendola per le braccia
e tentando di sostenerla, dal momento che pareva molto vicina al crollare
a terra. Lei fissò il pavimento ed iniziò a respirare in un
modo strano.
"Mi... mi si sono... credo che mi si siano rotte le acque!" dichiarò
in quel suo particolare ansare.
"Eh?!... Ma... ma come? Così, di colpo, senza doglie preliminari...?"
"Sa, mi devo essere... innervosita... per questa cosa dell'ascensore...
e... oddio!" Blaterò, tenendo una mano stretta sulla mia camicia,
all'altezza del petto, e premendo l'altra mano contro il vetro. Nel frattempo
all'esterno qualcuno si era accorto di ciò che sembrava succedere.
"Va... va bene, ok!... Calma, Jacopo, calma!... Senta... Alexis, giusto?
Ecco, io non ho idea di come si faccia... non mi è proprio mai successo...
se ha bisogno che l'aiuti, che faccia qualcosa, me lo dica... che ne so...
Respiri... Cioè!..."
Alexis si sedette e mi chiese di sorreggerla, facendole poggiare la testa
sul mio petto. Mi chiese di parlarle, perché avevo una voce calda e
che la faceva tranquillizzare, e mi domandò di accarezzarle la testa.
Disse che aveva bisogno di calmarsi, perché non voleva che il suo bambino
nascesse in quel luogo, e quindi lei doveva riuscire a resistere al dolore,
evitando le spinte. Nel frattempo, in un attimo di lucidità, afferrai
il telefono per le chiamate di emergenza. Informai l'inserviente di quanto
stava accadendo, e lui mi disse che avrebbero fatto ripartire l'ascensore
al più presto e che avrebbe chiamato immediatamente un'ambulanza.
Ciò che accadde in seguito fu piuttosto frenetico: l'impianto ripartì
ed in un qualche modo arrivammo a terra e potemmo uscire. Dall'altro lato
comparve un uomo che probabilmente era di poco più giovane di me, totalmente
concitato e preoccupato da morire. Arrivarono i paramedici con una barella,
vi caricarono la partoriente e la misero su un'ambulanza. Lì per lì
rimasi un po' spiazzato, ma improvvisamente l'uomo concitato mi afferrò
per un braccio e mi urlò in faccia qualcosa. Probabilmente voleva solo
sapere di più sulle condizioni della moglie. Farfugliai indicativamente
ciò che era accaduto e gli dissi che per lui sarebbe stato più
costruttivo calmarsi e salire sull'ambulanza con la donna, prima che questa
partisse, come stava per fare. Lui, ad ogni modo, sembrava non riuscire a
riguadagnare un po' di tranquillità. Così, dal momento che avevo
recuperato un po' di calma, fui io ad afferrarlo a mia volta e a trascinarlo
sulla vettura. Finì che mi ci trovai dentro anch'io, mentre chiudevano
le portiere e il veicolo partiva. Rendendomi conto che era inutile protestare,
mi limitai ad osservare l'uomo agitato che prendeva la mano della moglie e
quest'ultima che lo invitava a calmarsi, poiché tutto stava andando
di nuovo bene. Poi gli ricordò che aveva bisogno di lui, e lanciò
un urlo di dolore. Un paramedico mi guardò e mi chiese chi fossi, ed
Alexis disse che ero suo fratello. Il marito mi fissò spaesato ed io
lo guardai ancora più confuso, ma in qualche maniera capimmo che probabilmente
l'avrebbe tranquillizzata che io rimanessi con loro, ed entrambi non replicammo.
A questo punto l'uomo che presto sarebbe stato padre parve riguadagnare la
propria lucidità.
Ben presto mi ritrovai in una sala d'attesa del reparto maternità.
Chissà perché, pensai centinaia di volte di alzarmi ed andarmene,
ma non lo feci mai. Poi, improvvisamente, il marito di Alexis entrò
raggiante e mi annunciò che era padre di uno splendido maschio. Aveva
gli occhi lucidi ed iniziò a piangere, crollandomi addosso. Mi ringraziò
in mille modi per essere stato vicino a sua moglie, che gli aveva raccontato
tutto l'accaduto.
"Ma... a dire il vero io non ho fatto nient..."
"Oh, si chiama Marcus Jacopo."
Lo squadrai.
"Alexis ha voluto mettergli questo secondo nome in suo onore... dice
che gli porterà fortuna! Ah, io comunque sono Iulius. Iulius De Neris."
"P... piacere..."
"Ah, vuole vederlo? Venga, è proprio una meraviglia!!"
Prima che potessi rispondere mi trovai trascinato da Iulius lungo un corridoio
e, subito dopo, in un'altra stanza. Qui si trovava Alexis in un letto, palesemente
sfinita e infinitamente felice, con le braccia chiuse intorno ad un fagottino
bianco addormentato.
A volte i casi della vita sono davvero strani. Fatto sta che mi ritrovai
ad essere riverito come un eroe di guerra, mentre mi ero unicamente limitato
ad accarezzare la testa ad una donna agitata. Comunque fosse, mi feci complice
della riuscita di questo nascente rapporto, dal momento che non riuscii a
trattenermi dall'andare a trovare il piccolo Marcus in ospedale tutti i giorni,
finché lui e la madre non vennero dimessi. In ogni caso, Iulius ebbe
cura di invitarmi a cena nella sua villa quella sera stessa. La villa, per
l'appunto. Iulius apparteneva ad un'antica famiglia nobile, una contea, per
la precisione, così ricca che in confronto a lui quasi mi sentivo uno
straccione. Alexis, invece, era una tenera cenerentola cresciuta in una famiglia
medio-borghese. Tuttavia, guardarla mentre osservava il marito avrebbe fugato
qualunque dubbio sull'esistenza di un eventuale interesse materiale alla base
del loro rapporto.
Durante la cena, ad ogni modo, emerse il fatto che ero solo. Fu così
che mi trovai a passare anche le feste natalizie con la famiglia De Neris.
Del resto mi ero perdutamente innamorato del piccolo Marcus, e fra me e Iulius
si era instaurato un rapporto che oserei definire di amicizia sincera. Per
quanto, naturalmente, il nobile non sapesse nulla del mio oscuro passato.
Durante la cena di Natale, dopo il caffè, io e Iulius ci trovammo seduti
in salotto davanti al bellissimo albero addobbato di cristalli, mentre Alexis
si prodigava a cullare il suo bimbo in una stanza non lontana.
"Mi fa piacere che tu sia rimasto, Jacopo."
"Fa piacere anche a me... soprattutto mi fa piacere come mi avete accolto
tu ed Alexis. Ti garantisco che nessuno mi aveva mai messo tanto a mio agio
prima d'ora!"
Sembrava che qualcosa nella mia vita cambiasse. Improvvisamente ero uscito
dal gelo e mi trovavo circondato da un ambiente piacevolmente tiepido. Io
e il mio nuovo amico ci perdevamo in lunghi discorsi di ogni genere, eccetto
quelli che avessero per tema il mio passato. Iulius aveva subito intuito quanto
io stentassi a parlarne, e non si era mai comportato in maniera invasiva,
stabilendo di attendere che fossi pronto a schiudermi. Non sapeva che in realtà
il mio silenzio era dettato dalla paura di perdere qualcosa che non avevo
mai avuto prima. Temetti persino di essere diventato ipocrita. Del resto,
conclusi però poi, ero pur sempre spontaneo per quanto riguardava il
mio atteggiamento. Ero semplicemente cambiato, forse maturato, o così
credevo. Tuttavia sarebbe più corretto dire che la parte peggiore di
me si era addormentata per dare spazio a sensazioni gradevoli e per esplorare
i nuovi contesti che ne derivavano.
"Che fai a Capodanno, Jacopo?"
"...mi metto un paio di mutande rosse?"
"Ahah! Avanti, non scherzare!... volevo solo... io e Alex andiamo ad
una festa piena di gente ricca ed ipocrita, vuoi venirci anche tu?"
"Cos'è, stai disperatamente tentando di farti salvare la vita
aggrappandoti al Jaco-salvagente?"
"Sì!!" disse con tono falsamente disperato, sgranandomi addosso
due occhi da cucciolo bastonato.
"Beh... ci penso, ok?" risposi ridacchiando, per quanto sapessi
che non sarei stato capace di negargli quel favore.
Anche il mio Capodanno per quell'anno pareva già prefissato, non fosse stato per quanto in realtà accadde. Precisamente a metà strada fra Santo Stefano e San Silvestro.
Lui era russo, aveva quasi quarant'anni, ma sembrava più giovane.
Si chiamava Aleksej. Alcuni lo chiamavano Alëša o Alek, altri Kseja,
altri non lo chiamavano affatto. Nessuno voleva avere problemi con lui.
Era alto, slanciato e bruno, con due profondi occhi neri. Aveva uno sguardo
così penetrante che pareva essere in grado di leggerti nel pensiero.
Aveva le labbra carnose e le guance infossate, la mani grandi e i capelli
sempre pettinati un po' a casaccio, ma sempre secondo un certo ordine matematico.
Quando mi si parò davanti per la prima volta non sapevo nulla di lui,
tuttavia vi riconobbi l'uomo che avevo notato osservarmi all'uscita del parco
qualche mese prima.
Quel giorno avevo parcheggiato l'automobile nel mio posteggio, all'interno
dell'autosilo sotterraneo alla base del palazzo in cui vivevo, in attesa che
la mia casa fosse pronta. Reggevo la spesa con una mano, mentre dall'altra
facevo penzolare le chiavi.
"Jacopo..." mi disse, sorprendendomi alle spalle.
"Chi sei? Mi conosci... e io dovrei conoscere te?"
Il mio io freddo e controllato era riemerso come d'istinto nelle mie vene
e sotto la pelle.
"No, ma non ha importanza. Vieni con me: qualcuno vuole vederti."
<- Due - Sogni