Quattro - L'Accordo
"Qualcuno" per lui non era esattamente un termine adatto. Non un
"qualcuno" generico, perlomeno. Lui era quello che in latino si
sarebbe detto un "quidam".
Quando lo vidi ebbi per un momento l'impressione di posare gli occhi su una
figura così oscura che non pareva neppure umana. Il fantasma del Natale
futuro. Tuttavia fu solo una breve illusione ottica, forse studiata appositamente
per impressionarmi.
Aleksej, che si era presentato durante il percorso in automobile - la sua
automobile - con rarissimi accenni di accento russo, seppur con parole vaghe
e tirchie, mi aveva condotto in una magazzino del porto. Uno di quei posti
"da film", ideali nella funzione di "un dove" sporadico.
Era tuttavia stato attrezzato un piccolo locale con tutto il necessario per
tenere una presentazione con i fiocchi.
Mentre accarezzavo le spoglie vedute che mi circondavano, mi chiedevo chi
avesse tanto bisogno di me, al punto di tentare di spaventarmi avendo al contempo
paura di mostrarmi la sua vera dimora. Evidentemente qualcuno che non conosceva
lo Jacopo di ora ma piuttosto l'uomo pericoloso e senza volto di dieci anni
prima. Qualcuno che, tuttavia, era riuscito a rintracciarmi nelle nuove vesti
che indossavo in quel momento. E tutto questo non mi piaceva affatto. A giusta
ragione, avrei purtroppo constatato fin troppo presto.
"Jacopo..." mi indirizzò la figura seduta nel buio, mentre
un neon si accendeva ferendomi gli occhi dilatati nell'oscurità. Non
risposi. Tuttavia, quando riuscii a fissarlo in volto, desiderai non averlo
visto. Lo conoscevo solo di fama: non avevo mai avuto a che fare con lui.
Eppure, nell'istante in cui lo vidi, in qualche maniera percepii di chi si
trattava. I suoi capelli, fili di seta nera come china, i suoi occhi, profondi
come la notte, il suo fisico imponente, il suo portamento da guerriero d'altri
tempi, la sua espressione impenetrabile ed imperturbabile, le mani grandi
e affusolate, gli abiti scuri ed impeccabili... e quella voce, profonda come
il ruggito di un oceano tempestoso. Chi poteva non riconoscere il ritratto
di un unico uomo, in queste caratteristiche?
"Non abbiamo niente da dirci." Osservai, puntando i pugni sul tavolo
eppur non alzando la voce.
"Trovi? Io credo di sì... Ma che piacere, a proposito! Sembra
che tu abbia capito chi sono..." sorrise in una maniera a dir poco glaciale.
"Non ci vuole molta immaginazione: l'ambiente, il contesto e la considerazione
che mi mancavi solo tu, l'unica conoscenza a cui non ho mai tenuto."
Sorrise di nuovo ed aprì le mani sul tavolo davanti a sé.
"Non essere così convinto di non avere mai avuto a che fare con
me: in questa città sei sopravvissuto tanto a lungo solo perché
non mi davi fastidio."
"Non sono tanto stupido da non rendermene conto, e non sono mai stato
tanto stupido da voler pestare i piedi a chi andava lasciato in pace. Comunque
sia, io ora non faccio più parte di questo gioco..."
Fece una risata breve e profonda. Guardai Aleksej, posizionato dietro di lui,
alla sua sinistra, con il volto impassibile.
"Oh, che dolce favola: il figliol prodigo piegato dal regime del carcere!
Ah, cosa mi tocca sentire! Eppure... ce ne sono tanti che si fanno queste
illusioni... tanti che cercano di ingannare la loro anima, la loro natura,
per giustificarsi mentre si guardano con gli occhi di una società che
pretende di averli plagiati..."
Rise di nuovo. Rimasi zitto a fissarlo.
"Ma basta con queste idiozie! Veniamo a noi!" Si alzò in
piedi ed iniziò a passeggiare, mentre io pensai che questo di me non
aveva capito assolutamente nulla. Il problema era che comunque di certo non
gliene importava neppure un fico.
"Sinceramente non m'importa minimamente di ciò che la tua "nuova
coscienza", o che per essa, ti imponga di fare! A me interessano solo
le tue abilità, e quelle, ne sono certo, non si sono affatto arrugginite!
Mio buon... come ti facevi chiamare? "Sniper", forse? Ah, che diamine!...
Comunque, devi fare un lavoretto per me..."
"Ho due domande." Lo interruppi, senza spostarmi minimamente. "La
prima: perché, con tutti gli uomini che hai a tua disposizione, vuoi
proprio me? La seconda: cosa ti fa pensare che io accetti?"
"Ecco le mie risposte. La prima è una domanda idiota: se dico
che mi servi tu è perché mi servi tu. Se vogliamo prenderla
alla larga, mi serve il tuo stile, il tuo "savoire-faire", diciamo
così. E per la seconda non preoccuparti: ho sempre a disposizione un
metodo convincente per ottenere ciò che voglio!"
"Erano risposte scontate..."
"Anche le tue domande! Quindi smettiamola di perdere tempo! Devi uccidere
qualcuno..."
"Toh! Chissà perché, ci ero arrivato anch'io!..."
L'uomo, corvino, alto, impeccabile, in nero elegantissimo, si fermò
e mi fissò per un istante con fare infastidito. Evidentemente non aveva
gradito il mio atteggiamento.
"Non fare l'idiota con me!" mi ammonì.
"Scusa, sai... quando uno prende un tono così serio mi viene naturale
sdrammatizzare..." ridacchiai ed incrociai le braccia sul petto.
"Sai una cosa, "ragazzo"? Dovresti fare attenzione: c'è
una cosa di cui tu hai paura, ed io ho la chiave per scagliarti contro ciò
che temi."
"Davvero?" feci, convinto che non ci fosse nulla di cui dovessi
preoccuparmi.
Si passò una mano fra i corti capelli a spazzola. Evidentemente il
mio comportamento l'aveva infastidito sin troppo. Avanzò a passi decisi
verso uno degli uomini che circuivano l'ambiente, ottenendo da quest'ultimo
una cartelletta in cartone. Mi si avvicinò un poco e la lanciò
sul tavolo, in maniera che scivolasse sotto i miei occhi. La aprii leggermente
titubante. E vidi qualcosa che mi raggelò totalmente il sangue nelle
vene.
"Nella tua brillante carriera hai ucciso abilmente parecchie persone...
peccato che per alcuni di questi delitti, per quanto tutto sembrasse perfetto,
ci fosse l'obiettivo di un mio fotografo ad inquadrarti!" Mi disse con
voce trionfante, mentre riprendeva a passeggiare.
Presi in mano una delle fotografie incriminanti, il mio corpo tremò
in maniera incontrollata ed il mio sguardo si fece fisso. Chi ero? L'animale
ferito che decide di attaccare o quello che si ritira per leccarsi le ferite?
Rimasi immobile, quasi senza respirare.
"Già... la polizia ti ha arrestato e tu sei stato incriminato
per uno solo dei tuoi omicidi... uno in cui eri stato costretto a lavorare
con qualcun altro, cosa che generalmente ti rifiutavi categoricamente di fare.
In effetti è un vero peccato: eri davvero il migliore nel tuo campo!
Un killer di alta classe... e anche il più costoso sulla piazza! Devi
aver guadagnato parecchio!... E nessuno sapeva abbinare il tuo nome al tuo
volto, nessuno sapeva dove trovarti... e lo confesso: nemmeno io. Non prima
di rendermi conto che avresti potuto pormi qualche problema prima o poi, e
che quindi era meglio tenerti d'occhio. Comunque sia sei stato bravo: ho fatto
una fatica enorme a trovarti e a reperire informazioni su di te. Così
ho ordinato a qualche mio sottoposto di commissionarti qualche "lavoretto".
Ah, non guardarmi in quel modo: non ho proprio nulla a che fare con il fatto
che ha causato il tuo arresto. Ti ho sfruttato solo due volte... abbastanza
per ipotecarmi il futuro."
Terminato il suo discorso esplicativo, riprese a ridere. Nel frattempo, ascoltando
con un orecchio lui e con un altro il mio io interiore, ero riuscito a ri-focalizzare
la situazione. Pareva che il nostro incontro si sarebbe trasformato in un
accordo di scambio... ma potevo fidarmi a scambiare la mia fedina penale con
un essere del genere?
"Cosa vuoi?" domandai, ruggendo.
"Ah, adesso sì che ragioniamo! Bene, vai con il tango!" si
fece serio e schioccò le dita. Le luci si abbassarono e venne acceso
un beamer, attaccato ad un portatile in un angolo, che avevo già notato
al mio ingresso.
Sullo schermo apparve un uomo biondo sulla cinquantina. Aveva gli occhi chiari,
uno sguardo intenso ed i lineamenti del viso puliti, malgrado i segni senili
sulla pelle.
"Ian Echo." Mi informò la voce del mio ricattatore. "Un
imprenditore di successo. Controlla la rete pubblicitaria dell'intera regione.
Ma, bisogna dire, si è costruito il proprio impero con le sue mani.
Se non che... beh, e qui la cosa sarà evidente, dico bene?"
"...ha fatto qualcosa che non doveva fare..." completai, fissando
il suo ritratto.
"Ottimo, Jacopo! E sai cosa succede a chi disobbedisce agli uomini pericolosi:
viene punito. Ora, non andrò nei dettagli, dirò solo che ho
avuto un incontro "d'affari" con lui. Inutile che ti dica come vanno
le cose in questo mondo: chi vuole crescere deve sporcarsi le mani, e anche
quelle del nostro amico non sono esattamente linde. Purtroppo contro di lui
non ho armi al momento: l'amico sa come farsi proteggere. Ma ecco che viene
la parte più divertente..." fece un cenno all'uomo che controllava
il computer, il quale fece apparire un'altra immagine. Un'altra immagine che
avrei preferito non vedere.
"Leah, la sua incantevole, unica, venticinquenne figlia."
Il mio stomaco si mosse in una maniera strana e spiacevole. Tentai di controllarmi
con tutto me stesso, e in un qualche modo mi riassestai.
"Inutile dire che non è tanto sciocco da non far proteggere anche
lei. Ma è qui, mio caro, che entri in gioco tu!"
Dentro di me iniziai a ripetermi "no, ti scongiuro, non dirmelo!".
Ma era una trama già tessuta e sin troppo evidente.
"Come avrai già capito da solo, l'unico modo per avvicinarsi a
quella famiglia abbastanza da fargli male è sfruttare un cuore di donna
e, insieme ad esso, un cuore di padre. Purtroppo per loro, ci sono dei grandissimi
figli di puttana che commettono l'errore di amare qualcuno, nella loro vita."
Per un attimo mi sentii un idiota, nonché uno di quei grandissimi figli
di puttana. Ma questo era meglio che lui non lo sapesse affatto.
"Sì, ma... io chi devo uccidere? Lui o lei?" cercai di sembrare
impassibile, e probabilmente ci riuscii perfettamente.
"Oh, beh, nessuno dei due, per iniziare. Dovrai conquistare la ragazza
e la fiducia del padre... e poi faremo un bel finale con i fiocchi: ucciderai
Leah davanti a lui... in mia presenza, naturalmente. Sarà terribilmente
divertente!"
"E va bene..." sospirai come seccato da un fastidio inutile, mentre
dentro di me qualcosa andava in frantumi.
"Ah, prima che mi dimentichi, lavorerai con Aleksej!"
"COSA?!" urlai, voltandomi di scatto verso di lui.
"Mh, no, sta' tranquillo, nulla di che: ti farà solo da appoggio
se ne avrai bisogno, e mi terrà informato sui tuoi progressi. Diciamo
che so che sei abbastanza intelligente da capire di dover seguire i miei ordini,
ma dall'altro lato... sai com'è: è non fidandomi di nessuno
che sono riuscito ad arrivare fino a qui!"
"Oh, beh... gli angeli complici di Lucifero si erano fidati, e hanno
guadagnato una posizione poco dissimile da quella che ti spetta... nel cuore
dell'Inferno..." lo pensai, ma fui ad un soffio dal dirglielo.
Aleksej mi riaccompagnò al mio appartamento e si congedò dicendomi
che si sarebbe presentato il primo giorno dell'anno venturo.
Entrai in casa, chiusi la porta e mi buttai sul divano, emettendo un lungo
e rumoroso sospiro. Eowyn mi osservò con aria incuriosita, ed io la
guardai con un'espressione persa. Mi balzò addosso e si accomodò
per metà sul divano e per metà su una delle mie gambe, mentre
io appoggiavo la nuca sulla testata del sedile e chiudevo gli occhi, allargando
le braccia e le gambe in una posizione che risultasse quanto più rilassante
possibile. Mi sentivo completamente sfinito. Per tutto il tragitto di ritorno
avevo rimuginato intensamente sul da farsi, sul come comportarmi, su un'eventuale
soluzione, una via di fuga. Scappare dalla città non avrebbe avuto
senso: il bastardo avrebbe comunque trovato un modo per far ammazzare la ragazza.
E, in ogni caso, non avevo voglia di andarmene come un codardo e ricominciare
tutto da capo. Avrei dovuto affrontare la situazione a testa alta. Un ragazza
di bell'aspetto a cui avevo solo dato un bacio era davvero tanto importante,
tanto irrinunciabile per me? O si trattava forse del fatto che dietro al suo
sorriso si celava una nuova occasione, uno spunto per divenire un uomo decente?
Ma esisteva davvero quell'uomo, o era solo come aveva detto quell'essere oscuro,
un prototipo forgiato sul presunto benpensare di una società in cui
desideravo integrarmi? E per quale motivo? Per non tornare in carcere? Ma
ora l'unica cosa che potesse garantirmi la continuità della libertà
era tornare ad essere ciò che ero sempre stato, ciò che era
più facile e meno doloroso essere. Certo, il vero problema constava
nel fatto che non avevo mai ucciso nessuno che fosse "immacolato".
La mia politica aveva uno sfondo da "punitore": non avevo mai accettato
incarichi a danno di persone che non avessero mai commesso almeno un crimine
piuttosto grave. Di solito, insomma, uccidevo esseri spregevoli per conto
di altri esseri spregevoli. Ma perché pormi tanti problemi, in fondo?
Bastava lasciare che questa nuova scintilla facesse riavvampare la fiamma
del mio spirito... indomito, ribelle, crudele e profondamente egoista. In
fondo l'esistenza di persone che valessero qualcosa sul piano sentimentale
alla lunga non poteva che procurare sofferenza, almeno quanto il gioco d'azzardo
alla lunga si rivela sempre un affare per chi lo propone e mai per chi ci
casca. Già, bastava riprendersi il posto da croupier, e tutto sarebbe
tornato "normale". Era tutto nel mio interesse, da tutto questo
dipendeva la mia libertà. E in fondo ci voleva davvero poco.
Di colpo mi alzai, deciso a tornare il vecchio "Sniper". Mi spogliai
e osservai allo specchio il mio splendido fisico modellato, di cui andavo
molto fiero. Poi mi lavai i denti, pensando che sarebbe filato tutto liscio:
come convenuto, mi sarei presentato al gala di Capodanno organizzato dalla
società di Echo, avvenimento a cui certamente sua figlia non sarebbe
mancata. E poi era semplice: approfittando del fatto che mi aveva già
conosciuto e che non era rimasta indifferente alla mia innegabile bella presenza,
l'avrei sedotta con un po' di spirito e un pizzico di charme. Sapevo essere
un grande attore, tanto che avrei quasi ingannato anche me stesso.
Mi infilai sotto le coperte, fissai il soffitto e sorrisi. Non potevo che
ringraziare "Kurai-San", come si faceva chiamare il mio "ricattatore"
in virtù delle sue origini parzialmente orientali - quanto bastasse
per creare un incrocio nippo-occidentale ben riuscito, almeno per quanto riguardava
aspetto, abilità da samurai e spietatezza da yakuza. Già, non
potevo che ringraziarlo. Sarebbe stato tutto così semplice... Di questo
ero convinto. Ma gli "effetti collaterali" di questa storia non
ero ancora stato in grado di calcolarli, nel mio slancio da "ritorno
di fiamma" al freddo e preciso killer, addestrato da un terrorista irlandese
mezzo ninja.
E così mi tornò in mente anche Alroy, il mio vecchio tutore,
a cui dovevo tutte le mie conoscenze e abilità. "Le devi solo
a te stesso", avrebbe detto lui. Faceva sempre di questi discorsi sulla
forza che ognuno ha dentro.
Mi addormentai con gli occhi viola di Alroy nella mente e mi risveglia con
uno strato di sudore ad imperlarmi la pelle. Mi sollevai a sedere nel letto
e ansimai. Il mio io interiore era così confuso da mandarmi dei sogni
assurdi. La mia mente sceglieva che io tornassi "Sniper", ma il
mio cuore mi diceva che sarebbe stato un processo faticoso e non immediato.
Una sfera di cristallo, invece, mi avrebbe rivelato che Orfeo sarebbe stato
condannato ad osservare la sua Euridice mentre quest'ultima veniva risucchiata
nuovamente ed ormai irrevocabilmente dalle viscere degli Inferi.