Jacopo

 

Cinque - La Fuga


Alcune note lente risuonavano in uno spazioso salone, intrecciandosi in una melodia dolce e malinconica, mentre un tizio con lunghi capelli castani sciolti sulle spalle e una voce piuttosto acuta muoveva le mani sui tasti d'avorio di un pianoforte, cantando di una pioggia novembrina. Cercai di mettere a fuoco la melodia, la voce, tutto. Ma, in qualche modo, non riuscivo a recuperare l'informazione che il custode del mio cervello stava cercando in mezzo al disordinato magazzino della mia memoria. Finii per lasciar perdere le inquisizioni inutili, sbuffai e svuotai con un sorso il contenuto residuo della mia flûte di champagne.
Mi guardai attorno. Ero arrivato da poco meno di un quarto d'ora, e, malgrado la mia perfetta mimetizzazione in mezzo a tutta quella società bene - mimetizzazione implementata tramite un impeccabile completo Armani - mi sentivo un perfetto estraneo. Insomma, non avevo ancora reperito nessuno con cui scambiare commenti vuoti e futili di falsa cortesia. Ma in fondo che m'importava? Ero solo un assassino che stava cercando di fare il suo lavoro.
Concluse le mie considerazioni sui miei perché, le ultime per quell'anno, il quale si sarebbe concluso entro poche ore, ruotai ancora lo sguardo tutto intorno. Lo spazio era troppo ampio, e c'era troppa gente perché io la trovassi senza spostarmi: dovevo andare a cercarla. Considerando inoltre che quando l'avrei vista lei sarebbe stata affiancata dal suo facoltoso e controverso patriarca, prevedevo che l'aggiramento si sarebbe prospettato lungo. Sarebbero inoltre stati necessari un po' di pazienza e del buon tempismo.
Iniziai a camminare disinvolto, guardandomi attorno e cercando di schivare le colorate piume di struzzo che spuntavano dai capi di alcune signore e minacciavano di infilarsi nei miei occhi o nel mio naso ad ogni brusco movimento compiaciuto (di che cosa, poi?) delle eleganti ed inutili dame. Nel frattempo osservai le colonne di marmo che svettavano dal pavimento al soffitto, fingendo di reggere il cielo stuccato di arabeschi, ma utili in realtà unicamente a fare bella mostra di opulenza. Guardai i grossi vasi in stile simil-greco, contenenti enormi e coloratissime piante esotiche, le tende merlettate davanti ai finestroni che parevano voler imitare quelli della sala degli specchi di Versailles, i tavoli in mogano, i camerieri carichi di vassoi e vestiti da pinguini, i gioielli delle donne e i pince-nez dorati degli uomini, i lunghi tappeti persiani che creavano corridoi virtuali sul pavimento, l'orchestra e... quel tizio che cantava e pareva assurdamente fuori posto. Non osai immaginare i bagni, e quasi mi impressionai al pensiero che quella fosse solo una stanza della villa di un uomo con molto denaro. Mi impressionava persino pensare che, se avessi voluto, avrei potuto far edificare anch'io una cosa del genere. Del resto, comunque, se proprio avessi deciso di costruirmi un salone, lo avrei fatto con suolo in parquet e affreschi alle pareti - un più sobrio stile simil-austriaco. Inoltre, che diavolo me ne sarei fatto di una cosa del genere, dal momento che non avrei mai avuto uno straccio d'amico da invitarci?
Per la seconda volta decisi di concludere le considerazioni sui miei perché per quell'anno, quando improvvisamente venni sfiorato dall'idea di far dipingere sulla mia casetta in restaurazione un murale simile a quelli che avevo visto a Belfast, quando mi addestravo con Alroy. Iniziai a rimuginare su un viaggio in Irlanda del Nord una volta sistemata tutta quella "faccenda". Tanto più che da quelle parti era in atto un processo di pace... a cui non avevo ancora deciso se dare credito o meno.
La mia testa fuggì dalle terre dello smeraldo verde non appena il mio sguardo perduto e vagante si posò, molto casualmente, su una chioma fulva e rilucente. I suoi capelli erano raccolti in maniera da lasciar intravedere piuttosto bene il suo collo sottile e sinuoso. Una cosa che ti veniva voglia di baciare solo a guardarla. Le sue spalle e la sua schiena erano quasi completamente scoperte; solo dei sottili fili neri si intrecciavano a chiudere un elegante e sobrio abito che le cingeva le cosce, per ricadere poi più agiatamente lungo il resto delle gambe e sfiorare infine il suolo. Lentamente, si voltò per salutare qualcuno. Eravamo distanti di parecchi metri, e non mi notò affatto. Ma io non vedevo che lei. Il trucco così leggero da sembrare insistente aveva unicamente la funzione di esaltare i suoi delicati tratti, un rilucente pendente verde al suo collo richiamava la magia dei suoi occhi. Era qualcosa di incredibile! Iniziai a chiedermi come si potesse concepire di uccidere una creatura simile. Poi, rendendomi conto di quale eresia un pensiero simile potesse essere per uno della mia risma, cercai di ritornare alla mia realtà ed iniziai ad osservare i dettagli utili a svolgere meglio il mio ruolo. Accanto a lei c'era suo padre, alto, biondo, elegantissimo. Oggettivamente avrei persino potuto dire che era di bell'aspetto. Nelle immediate vicinanze si contavano anche alcuni damerini e ragazzine. E, sullo sfondo... Aleksej, tirato a lustro, passeggiava dietro al mio obiettivo. Mi fissò, mi scoccò un sorriso raggelante e si diresse verso di me. Non seppi se considerare la sua presenza un fastidio o uno spunto di sprono. Tuttavia non feci in tempo ad accoglierlo, che un nuovo intervento si intromise fra me ed il mio intento.
"Jacopo! E dire che temevo non saresti venuto! Non sono più riuscito a rintracciarti, dov'eri finito?! E come facevi a sapere che il veglione si teneva qui?"
Riconobbi la voce allegra e squillante senza necessità di vederne il proprietario. Salutai quindi Iulius senza espandermi troppo e guardandolo a malapena. Dovetti ammettere con me stesso che non avevo minimamente previsto quel dettaglio.
Aleksej si fermò a poca distanza da me e, con la testa, si limitò a farmi cenno di raggiungerlo in un angolo più appartato appena possibile.
"Ciao, Jacopo! Che sorpresa trovarti qui! Tutto bene?" mi salutò nel frattempo anche Alexis.
"Ehi, amico, ti senti bene?" mi disse con una punta di apprensione Iulius, osservando il mio volto tirato e appoggiandomi una mano sulla spalla.
"Io... già..." sbuffai. Mi passai una mano fra i capelli, mi schiarii la voce.
"Jaco...?" mi richiamò nuovamente Iulius, fissandomi.
Ecco un problema, pensai. Anzi, due. "Una camicia e una gonnella".
"Forse... beh, non sono molto in forma... scusate..." divagai, guardandoli a malapena e dirigendomi verso il mio guardiano, che mi attendeva all'entrata delle toilettes. Raggiunsi Aleksej con lo sguardo smarrito dei coniugi De Neris su di me. Lui brontolò qualcosa in russo, a bassa voce.
"Chi sono quelli?"
"Nessuno. Lasciali perdere: sono un errore di cui mi libererò."
"Ahn, "amici"?" ridacchiò con un sarcasmo disgustoso.
"Io non ho amici", precisai.
"Oh, Jacopo, mi ferisci il cuore! Tu devi considerarmi un tuo amico!" ridacchiò di nuovo.
"Che ci fai qui, piuttosto?" mi lamentai con uno sbuffo.
"Volevo solo essere presente in caso avessi bisogno di una mano... non si sa mai che tu ti redima davvero!" ridacchiò ancora.
Alzai gli occhi al cielo e lo afferrai per il colletto.
"Sentimi bene, mio allegro "amico": nessuno deve permettersi di mettere in discussione la mia parola né di interferire con il mio lavoro! Se sei qui per controllarmi, quindi, fallo mantenendoti alla dovuta distanza da me e dal mio obbiettivo!"
"Così mi piaci, ragazzo!" commentò il russo, sistemandosi la camicia e sorridendo deciso. Mi tirò una pacca e si allontanò soddisfatto.
"Che stronzo!..." mormorai, stringendo i pugni. "Calma, Seamus, non è da te perdere il controllo in questo modo!"
"Chi è Seamus?" mi domandò una voce alle mie spalle.
"È il mio nome in gaelico, Iulius. Cosa vuoi ancora?"
"Gaelico?... Beh, mi sembrava che tu fossi strano, oggi. Scusa, non sono il tipo che lascia un amico in difficoltà."
"Stammi bene a sentire, ora! Questo te lo dico perché ti ho considerato un amico e perché ti ho voluto bene: stammi lontano! Dimenticati di me e non mi cercare: sono una persona con cui è meglio non avere nulla a che fare! Per il bene di tua moglie e tuo figlio, oltre che per il tuo, stammi lontano!"
"Ma... che stai dicendo? Non ti capisco, così, di colpo..."
"Piantala di inquisire, cazzo! Fallo e basta! Lasciami in pace!"
Per la seconda volta mi allontanai da lui, lasciandolo sbigottito. Non sapevo quanto avesse visto e sentito della mia breve conversazione con il tirapiedi del mio aguzzino, sperai solo che fosse abbastanza intuitivo e intelligente per aver recepito il mio messaggio. Confesso che quella situazione mi provocò un certo disagio. Non ero certo di averlo allontanato per non avere fastidi da lui. Avevo maggiormente l'impressione di avergli parlato a quel modo con l'intento di proteggerlo, e questo non rientrava nei miei piani. Tuttavia, per quel momento la cosa più importante restava la speranza che le mie parole avessero sortito l'effetto desiderato.
Tornai a concentrarmi sul mio obiettivo, che nel frattempo si era spostato sulla pista da ballo. Mi sembrava la scena di una sciocca produzione hollywoodiana. Eppure mi toccò fare proprio quello: mi avvicinai a lei e, con un movimento discreto ed elegante, la sottrassi al suo ignoto cavaliere e mi sostituii a lui. Dopo un primo istante di smarrimento, la mia bella futura vittima posò lo sguardo sul mio viso e sgranò gli occhi.
"Tu..." sussurrò.
"Sei incantevole, Leah... non avrei sperato che il cielo mi concedesse il dono di ritrovarti in una notte così speciale..."
La sua espressione di stupore si trasformò in un sorriso dolce.
"Non posso crederci..." disse sotto voce.
"Neppure io: è un vero miracolo... che i tuoi piedi siano ancora intatti! Faccio schifo a ballare il valzer..."
Leah si fermò, scoppiò a ridere e, tenendomi una mano, mi trascinò verso un angolo un po' appartato, accanto ad uno dei finestroni del salone. Le accarezzai una guancia.
"Perché mi porti dove posso vedere le stelle? Avevo già i tuoi occhi..."
Quasi mi morsi la lingua mentre pronunciavo questa frase, trita e ritrita dai più squallidi manuali d'amore. La ragazza tuttavia sorrise di nuovo, arrossendo leggermente.
"Dì, non sei un po' vecchio per fare il Don Giovanni?" mi domandò, puntando i pugni sui fianchi, con un'espressione allegra.
"Vecchio? Vuoi dire che vai in giro a rubare baci ai "vecchi"?"
"Ma no, dai... intendevo... sì, insomma, sarai un uomo sposato, e..."
"Sposato? Io? Ma dove?"
"Vuoi dire che non lo sei? Oddio, io... scusa, scusa, non volevo! Cioè... è che... sono confusa, non mi aspettavo di rivederti, speravo... cioè, no! Non è che non volevo rivederti, è perché... pensavo che..."
"Pensavi che fossi sposato?" le chiesi, decisamente stupito.
"Beh, sì! Non è ovvio?! Un uomo così bello, così colto, così..."
Sorrisi del suo discorso assurdo ed impacciato, le misi le mani sulla vita e la tirai un poco più vicina a me.
"Cosa stai dicendo?"
"Non lo so... sto straparlando... sto cercando una scusa stupida per giustificare il mio comportamento stupido..."
Disperse lo sguardo a terra. Le appoggiai un dito sulle labbra.
"Non parlare più: sono così felice di averti ritrovata... sono così felice di essere qui con te..."
Sorrise e arrossì ancora maggiormente, andando a prendere le mie mani e facendo in modo di tenerle fra le sue.
"È meglio di no, Jacopo... Se mio padre ci vede..."
"È così, dunque? Sei suddita di un despota? È per questo che sei fuggita e scomparsa a quel modo, dopo avermi fatto innamorare?"
"Cosa?..." pronunciò l'ultima parola con un filo di voce.
"E allora... fuggiamo, mia dolce Giulietta! Lasciamo questa festa noiosa e questo branco di idioti inamidati!"
Leah scosse la testa, guardando a terra, ma sempre con un dolce sorriso.
"Oh, mio Romeo, per mio padre qualsiasi uomo è un Montecchi! E se questi mi sfiorasse non ci sarebbe una Mantova in cui potrebbe nascondersi! È meglio che tu rimanga stregato dalla bella Rosalina..."
"Non ho mai conosciuto alcuna Rosalina... e il mio amore non ha sede solo negli occhi, ma bensì nel cuore! Le tue parole, i tuoi sogni..."
"Cammina piano, perché stai camminando sui miei sogni..."
"Eppure, come posso spiegarti?... Non si dà prezzo a ciò che non si desidera vendere!..."
"Ma queste sono lodi degne di Cyrano!" ridacchò.
"E allora accettami così, anche se vuole il caso che io non abbia il suo enorme naso..."
"Pensi tu che possa una rima rapire il mio cuore e trasformare un'emozione fugace in amore?"
"E se il palpito che mi hai rubato null'altro fosse che un segno del fato?"
"Fuggiamo, Romeo, qui è il funerale del buongusto: lasciamo che a questa magica sera venga resa la giusta atmosfera!"
Ridacchai a mia volta e, senza prolungare ulteriormente la mia dichiarazione in rima, tenendola per mano, mi spostai velocemente verso l'uscita del salone. In un attimo fummo al guardaroba e recuperammo i nostri soprabiti, nei quali ci avvolgemmo per tuffarci nella fredda e pungente aria della notte invernale un istante dopo. Quando stavamo per raggiungere le mia macchina, Leah esclamò un "oh!" compiaciuto e mi trattenne per un braccio, mentre alzava lo sguardo verso il cielo. Stava nevicando.
"Wow, questa macchina è un sogno!" esclamò poi la mia adorabile conquista.
Le aprii la porta e la invitai ad accomodarsi, ed un attimo dopo già stavamo sfrecciando verso una meta ignota.
"Che stai facendo?" le domandai, vedendo che aveva estratto un telefono cellulare dalla borsetta.
"Scrivo a papà di non farsi venire un infarto..."
"Ah, lascia perdere! Che fuga è, se gli scrivi?"
"No, guarda che è capace di mobilitare i servizi segreti e l'esercito, se sparisco così!" mi disse con tono serio.
"Va bene... allora mandagli un messaggio e poi spegni quel coso: non lasciare che qualcuno rovini questo momento..."
"Ok..." ridacchiò, facendo esattamente ciò che avevo chiesto.
"Allora, dove vuoi andare, principessa?" le domandai, totalmente felice e dimentico della mia presunta "missione".
"Beh... ho fame!" mi rispose, sorridendo.
Finimmo in una piccola tavola calda aperta per miracolo. Uno di quei posti sempre tranquilli, in cui si mangia bene. Fu la migliore cena di Capodanno della mia vita: soddisfacente e priva di cerimonie, consumata di fronte a una donna bellissima, che mi parlava disinvoltamente come se ci conoscessimo da anni, sorridente e palesemente felice.
Per tutta la sera non citammo mai la nostra "fuga", la festa, i nostri incontri precedenti o quant'altro. Ci limitammo a goderci la piacevole e calda sensazione che ti coglie quando ti senti assolutamente a tuo agio ed in pace con il mondo. Dimenticammo tutto e, come eravamo scappati da un ricevimento assurdamente pingue di noiosa alta società, ci allontanammo anche da quella che era la nostra vita. Tutto cessò di esistere, se non noi e il nostro mondo di discorsi leggeri e piccoli gesti complici.
Poi, verso le undici, Leah mi disse che desiderava accogliere il nuovo anno in un posto caldo assolutamente tranquillo. Le proposi di venire nel mio appartamento, e lei accettò con entusiasmo.
Molte volte mi sarei in seguito ripetuto che quella era e sarebbe rimasta la più illogica e felice delle mie notti. E così fu, ed è ancora oggi.

 

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