Jacopo

 

Sei - La Caduta


Per parecchi minuti restammo affacciati alla finestra ad osservare i fiocchi di neve che volteggiavano nell'aria. Nel frattempo si erano intensificati, ed avevano dato vita ad una vera e propria danza candida e leggera, iniziando a ricoprire la città, che sotto un soffice manto si preparava, sottovoce, ad accogliere un nuovo inizio.
Una lampada a stelo illuminava flebilmente il mio salotto in una luce soffusa, i notturni di Chopin accompagnavano il nostro silenzio pieno di emozioni. Lei stava affacciata all'adito del balcone e teneva Eowyn fra le mani. La gatta faceva le fusa e si lasciava coccolare più che volentieri, beatamente appoggiata al morbido seno della mia Elena, mentre gli Achei si preparavano ad attraccare le loro nere navi a spiagge sino ad allora solitarie.
Mi avvicinai a lei fino ad appoggiarle la mano su una nuda spalla. Lasciò cadere dolcemente la testa verso di me, adagiandola al mio petto.
"È tutto così bello... vorrei che non finisse mai!" sussurrò.
Non parlammo più, abbracciati di fronte alla neve, finché un'esplosione colorata in cielo ci annunciò l'inizio dei festeggiamenti.
"Buon anno..." sussurrai, baciandola fra i capelli, sulla testa.
Appoggiò Eowyn a terra, e quella quasi si aggrappò con gli artigli al suo abito per non abbandonare il suo comodo e beato giaciglio. Si voltò verso di me e sorrise, avvicinandosi abbastanza da sfiorarmi, ma senza toccarmi. Accarezzò la punta del mio naso con quella del suo.
"Buon anno..." sussurrò a sua volta.
Il mio sguardo si perse fra gli scintillii che la luna, riflessa nei fiocchi di neve, faceva brillare nei suoi occhi. Le sue dita, baci di fata, accarezzarono il mio volto, sulla mia barba di tre giorni, mentre io appoggiavo una mano sul suo viso e con il pollice tracciavo il contorno delle sue labbra. Era così bella che temevo, toccandola, di rovinarla, di contaminare la purezza del suo splendore. Temevo di essere come un alito di respiro su un bicchiere di cristallo.
Vidi la sua bocca accennare un movimento, ma non parlò. Era difficile, se non impossibile, parlare in quell'istante. Sarebbe sembrato un sacrilegio.
Sorrisi, e lo fece anche lei. Appoggiai la palma della mano sul suo fianco, e lei si spinse contro di me, abbracciandomi. E fu proprio allora che qualcosa dentro di me cambiò. Superai la soglia, il punto del non ritorno. Capii cosa fosse un abbraccio vero, e mi parve incredibile. Il calore di un corpo contro il tuo, il contatto con la sua sagoma, solida ma morbida, l'espressione muta ed intensa di un sentimento che non chiede di essere definito, ma solo provato. Il desiderio di perdersi in quell'istante, per sempre. L'avrei stretta tanto da far mancare il respiro ad entrambi, se avessi potuto. Ma non potei, e non per paura di farle del male. Semplicemente, senza che io fossi in grado di controllare questa mia reazione, ogni mio gesto si traduceva in qualcosa di gentile, qualcosa di carezzevole, qualcosa che non aveva in sé il minimo accenno di forza, dominio, passione. No, per la passione c'era tempo, e ce ne sarebbe stato a sufficienza. Ma i fugaci attimi di infinito, quelli in cui perdi ogni pensiero se non la consapevolezza di sentirti felice, quelli, beh, è meglio non lasciarseli sfuggire. Men che meno per dare sfogo a brucianti passioni che possono lasciare dietro di sé unicamente il desiderio di essere provate ancora, perché non regalano un ricordo sufficientemente intenso da essere rievocato unicamente grazie alla memoria.
Non so per quanto tempo restammo così, vicini al bagliore di una splendente aurora. Fu nel momento in cui mi mossi che esso si concluse. Il manto della luna si appoggiò di nuovo sulla nostra pelle, e le mie labbra si appoggiarono sulle sue.
Fu lei, dopo un rapido e interminabile bacio, a far scivolare una delle sue cosce fra le mie. La strinsi, per non lasciarla fuggire più, mai. La strinsi facendo scorrere le mani sui suoi glutei e godendo della loro tonica e giovane morbidezza, mentre il suo seno si premeva contro il mio petto ed io riscoprivo una capacità di eccitazione che temevo di aver dimenticato. Sentire il suo respiro sulle mie labbra umide, il suo ansito sospirato, il suo bacino contro il mio, le sue mani sulle mie spalle, sulla mia schiena, sul mio sedere, sul mio sesso, ancora nascosto fra i vestiti. Per un istante temetti di impazzire. E forse anche lei, poiché, di colpo, si fermò. Smise di suggere il lobo del mio orecchio e cercò i miei occhi. Mi fissò come un bambino sperduto cerca sicurezza negli occhi della madre.
"Cosa c'è?" sussurrai, senza sciogliere il mio abbraccio.
"Io... beh, ti sembrerà sciocco..." mormorò, smettendo di guardarmi e tentando di staccarsi da me.
"Perché non provi a dirmelo, prima di decidere quello che potrei pensare?" la incitai, con tono gentile, ma tornando a stingerla con più vigore. Assolutamente, non volevo che si staccasse. Minimamente.
"È che... mi sento felice! Oh, Jacopo, non mi sentivo così da tanto tempo! Ed ho..."
"È così bello sentirti dire il mio nome..."
"Lo dici come se non lo pronunciasse mai nessuno..." sorrise.
Sorrisi anch'io, cercando di ignorare quanto terribilmente fosse vero ciò che lei aveva solo appena ipotizzato.
"Scusa, ti ho interrotta... dicevi?"
"Beh... ho paura!... Ho paura perché so che quando uscirò da quella porta tornerò nel mondo grigio da cui sono venuta!"
"E allora non uscire..." sussurrai, baciandole le labbra.
"Oh, mi piacerebbe, davvero! Vorrei che né io né tu uscissimo più... vorrei che restassimo qui. In fondo io non so chi tu sia... ma ora non m'importa: sento che sei semplicemente la persona con cui in questo istante sto tanto bene, e con cui vorrei continuare a stare, così, per sempre, dimenticando tutto..."
"Suona come una pazzia... come se stessimo correndo a Las Vegas, ubriachi..."
"Sento che sono ubriaca di te, ora..." mi passò una mano sulla bocca, con un gesto così eccitante che non sono capace di descriverlo.
"Ascolta: conosco questa maledetta vita, i suoi fottuti problemi, incubi, difficoltà. Però ci sono dei momenti in cui dobbiamo una cosa a noi stessi: dimenticare tutto, anche solo per un po'... e lasciarci andare."
"Forse è vero... però confesso che prima di incontrare te ero convinta di essere una ragazza con una morale rigida ed indistruttibile!" mi baciò di nuovo sulle labbra, ed io la ricambiai.
"E io confesso che prima di incontrare te ero convinto di essere un uomo privo di un briciolo di morale decente!"
"Oh... la cosa si fa eccitante!" ridacchiò, facendo scivolare nuovamente una mano sul mio sesso, che, malgrado il momento di calma, non aveva desistito.
Ripresi a baciarla con passione, malgrado l'infinità di domande che erano sorte nella mia mente e, probabilmente, anche nella sua. Tuttavia, decisi, non c'era questione che non avrebbe potuto aspettare la mattina seguente: una sola era la cosa di cui desideravo ancora preoccuparmi quella notte. E questa cosa era rompere una castità durata dieci anni.
Non importa in che maniera ci liberammo dei nostri abiti: probabilmente le feci volare via il vestito dal corpo semplicemente accarezzandola sulle spalle, e lasciando così cadere le spalline, che trascinarono il resto a terra con loro. So che fu ancora in salotto, perché lì ritrovammo l'abito il giorno seguente. Per ciò che riguarda quel che indossavo io, semplicemente non lo ricordo. Non era importante, e non lo è neppure ora. Rammento invece perfettamente la sua pelle, vellutata, bianca, candida. Un petalo di rosa, sulla cui superficie risplendeva la luna. Sembrava scintillare di luce propria, quello splendido corpo quasi completamente nudo. Una luce azzurra, magica. Forse ero solo io, drogato dal desiderio, a vederla così. Ma così me la ricordo: azzurra chiara, con addosso solo un paio di provocanti scarpe eleganti ed un triangolo di stoffa bianca, liscia e morbida, a coprire il più soave dei suoi segreti. E so che anche le mie braccia erano nude quando, al termine di una lunga occhiata contemplativa, mi avvicinai a lei e la raccolsi da terra, adagiandola contro il mio torace e conducendola sul mio letto. Le lenzuola erano soffici e profumate di fresco - dovevo averle appena cambiate. O forse ero troppo inebriato per percepirle diversamente. Troppo inebriato, quando le mie labbra percorrevano minuziosamente le sue curve ed il mio udito si beava dei suoi sommessi gemiti, troppo inebriato, quando i suoi polpastrelli disegnavano arabeschi tondeggianti sulla mia schiena, sulle mie natiche, sulle mie gambe, troppo inebriato, quando le sue cosce si stringevano attorno ai miei fianchi, come a volermi incatenare, troppo inebriato, quando sentivo il leggero fruscio dei suoi capelli che si strofinavano contro il cuscino.
Scivolai dentro di lei con la leggerezza e la velocità con cui lei era scivolata dentro di me, il giorno in cui ero tornato alla vita. E, nella nostra unione, sentii anche la sua anima entrare dentro la mia. E udii molte urla nella mia testa, molti avvertimenti: fermati, o sarai perduto. Fermati, o non potrai tornare da dove stai andando. Fermati. Ma no, non ora, non ancora. Non posso, non mi voglio fermare. Non ci riesco. Non importa se sarò perduto: la luce della sua essenza mi guiderà. Sarà lei a salvarmi. Fermati... no!
La voce diveniva sempre più rada e fievole, mentre la danza del mio corpo e del mio cuore proseguiva, ed aumentava di ritmo. Dolce, come un'alba. Prima il cielo che da nero diventa blu, poi le tinte dell'albedo, poi appena uno spicchio d'oro disegnato sulla linea dell'orizzonte, sia esso un oceano in cui l'occhio si perde o la linea di una verde collina, che ammorbidisce e colora gli spigoli della terra. E tu, come uno stolto, corri verso la luce piena, quella che ti investirà in tutta la sua nitidezza e forza e, tuttavia, speri che ancora non sia vicina, speri che la sublime tortura della corsa si protragga un altro po', prima che il vento ti si insinui fra le ali e faccia spiccare loro il volo.
Correvo, sì, con gli occhi lungo le linee del suo corpo, con le orecchie sulle creste dei suoi sospiri, con la bocca sulla superficie delle sue labbra, con la pelle sul sottile strato di sudore che bagnava la nostra passione. Batteva rapido il mio cuore, e il mio essere non era più che una nuvola di vapore nel vento, pronta ad andare ovunque la corrente l'avesse trascinata. La amai, oh, sì! L'amai con tutto me stesso! E di quell'istante amai anche ogni altra cosa: le tende che velavano le finestre, le nappe dello scendiletto, gli spigoli del comodino, le liste di legno del parquet, le maniglie dell'armadio. E forse amai anche tutte quella dannata situazione, che mia aveva portato a quel momento. Già, forse la amai allora, per quanto avrei imparato ad odiarla in seguito.
Quando, in un'ultima e potente spinta, raggiunsi la liberazione, urlai. Dovetti urlare quasi a voce troppo alta, un verso vocale privo di senso. Ciò non m'interessava, in realtà, poiché non mi stavo preoccupando di ascoltare me stesso. E, infatti, non mi fermai finché non percepii la medesima scossa provenire da lei. Non avrei mai potuto lasciare priva di soddisfazione colei che mi aveva regalato tanto, malgrado la mia vita fosse sempre stata improntata all'egoismo. Qualcosa era cambiato. Dopo tutto quel tempo sull'orlo del baratro, avevo ricevuto la spinta che mi aveva definitivamente fatto precipitare.
Fermati... ma era troppo tardi. Non me ne resi conto immediatamente, perché in realtà non pensai affatto. Quella notte il fatto di pensare non mi sfiorava minimamente il cervello. E l'ultima immagine nitida che a quella notte appartiene è questa: assinceratomi che la mia adorata compagna fosse soddisfatta, felice e a suo agio, la presi tra le braccia. Forse ci sussurrammo un paio di frasette pressoché insensate, giusto per farci capire che ci sentivamo idioti e felici come solo gli innamorati sanno esserlo. Forse fu proprio per farci capire che ci eravamo innamorati, non saprei.
Quando, il giorno seguente, mi svegliai, il sole del mattino era già a metà del suo cammino, e lei era ancora fra le mie braccia. Dormiva dolcemente e profondamente. Il respiro lento e regolare creava una sorta di musica che mi piaceva ascoltare: faceva assonanza con il mio tranquillo buonumore e la mia profonda felicità. In quel momento, mi sembrava che nulla sarebbe mai stato in grado di turbare quello stato d'animo.
Mi sbagliavo: di lì a poco Eowyn balzò sul letto e venne dritta verso di me, quasi di corsa, per tirarmi una zampata in faccia. Non mi graffiò: voleva solo attirare la mia attenzione. Ad ogni modo riuscì a guadagnare anche quella di Leah, che si svegliò, solleticata dai lunghi e sottili peli della sua coda, la quale si muoveva sinuosamente intorno al suo volto. Sentii la mia bella fanciulla ridacchiare con la voce un po' impastata dal sonno appena interrotto, e allora ricordai ogni cosa, e capii, finalmente, definitivamente, ineludibilmente, che l'amavo, senza possibilità di ritorno, e che questo mi collocava in una situazione decisamente contorta e poco invidiabile.

 

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