Jacopo

 

Sette - L'Idillio


Si dondolò un poco sui piedi, facendo rotolare sul terreno le piante dai talloni alle punte, mentre l'equilibrio era mantenuto dalle sue mani, attaccate allo steccato in legno a picco sul mare, se così si poteva dire. Come una bambina.
Era gennaio, da poche ore per la verità. La neve aveva colorato di bianco la spiaggia e tutto il resto, ma l'acqua salina resisteva, incorruttibile nella sua forma, e lasciava che gli sguardi accarezzassero la sua superficie correndo fino all'orizzonte, dove potevano placidamente perdersi. Era così bello, in certi istanti, poter fissare il nulla illudendosi di farne parte, illudendosi di non dover affrontare più i problemi della vita. E riuscendoci, tramite l'inganno, almeno per quel momento.
Smise di dondolarsi per un istante, si chinò e raccolse dalla neve una soffice piuma bianca, quasi invisibile sulla fredda superficie candida. L'impronta di un visitatore alato.
Portò la piuma all'altezza della sua fronte, aprì le dita e la lasciò andare. La osservò volteggiare davanti al suo sguardo fino a posarsi, docile, leggera e muta, sulla superficie limpida dell'acqua increspata dalle onde.
"Allora, ti piace?" le chiesi, dopo un infinito tempo su quel balcone di quella casetta in riattazione, dove la osservavo rapito, in silenzio. Non saprei dire quanto durò. L'amore non si calcola, ed io stavo facendo l'amore con lei, nel guardarla.
Si voltò e mi sorrise, come se non attendesse altro che le mie parole per continuare a vivere. "Da morire!", disse.
Mi avvicinai a lei, guardandole gli occhi, senza perderli per un istante. Le sollevai delicatamente il braccio tenendolo fra pollice e indice, le baciai l'interno del polso. E feci per dirle ciò che avevo dentro, ciò che mi turbava nel profondo e scatenava una dolce tormenta dentro di me, tanto da insabbiare ed inibire tutte le mie membra, che in alcuni istanti sembravano simultaneamente tese unicamente nel decantare quel sentimento. Ma mentre le mie labbra accarezzavano la sua mano, i miei occhi socchiusi videro balenare davanti a sé uno sguardo nero, e mi bloccai. No: era tutto troppo difficile. Tacqui e sperai che potesse capire senza parole, o che forse ignorasse tutto, in quanto era troppo presto, era troppo improvvisa e subitanea quella sensazione sbocciata in un'unica notte.
Tuttavia, non sarebbe stata l'ultima volta in cui reprimevo le parole con cui esprimere ciò che mi scuoteva il corpo e l'anima. E, ahimè, le volte successive non avrei goduto dell'avvallo della stessa scusa: la prima notte si sarebbe allontanata sempre più, nel proseguire del tempo. E pure, quel freddo giorno stesso, il muro causato dalla nostra poca conoscenza reciproca, che era stato demolito frettolosamente nell'unione dei fiati e dei lombi ed ora era risorto, già più flebile, andava assottigliandosi. E avrei sognato a lungo che il muro fosse solo un foglio di carta di riso.
Ma allora, mentre il pianeta ricominciava un nuovo giro intorno alla propria stella, le parlai del mio sogno legato a quella casa, e forse parlavo a me stesso di come quella casa poteva essere il mio essere e il mio desiderio di riattarla coincidesse con il mio tentativo di trovare un'anima nuova. E, forse, sognavo che in una placida sera estiva, quando a ora tarda il sole si fosse coricato fra le onde dell'orizzonte, ed io seduto su una sdraio in balcone avrei osservato la notte che ancora non si scorgeva, una leggera brezza l'avrebbe sostenuta, in un soave volo, l'anima linda che tornava in me, pronta a ricominciare.
"Adoro l'idea della casetta solitaria sul ciglio del mare! Stare seduto ad ascoltare la voce del mare, talvolta irruente, talvolta placida... senza che null'altro interferisca. Che bello! Piacerebbe anche a me!" Così la mia bella musa ispiratrice di buoni propositi mi distolse dai miei pensieri introspettivi.
La abbracciai, dicendole che avrebbe potuto venire ad ascoltare il mare ogni volta che volesse, a patto che lo facesse fra le mie braccia. Sorrise e mi sfiorò le labbra con le sue.
"Resterei qui in eterno... ma se non torno, mio padre si allarmerà davvero."
"Che seccatore..." dissi io, senza cattiveria ma con dolcezza, mentre le restituivo il bacio.

Leah mi diede il suo numero di cellulare prima di scendere dalla macchina, che mi aveva fatto fermare diversi cancelli più indietro rispetto a quello della villa di suo padre, con molte raccomandazioni e istruzioni su come andarmene senza farmi notare. Sorrisi fra me, pensando che dalle sue parole l'assassino sembrava lui, e non io. E questo pensiero mi causò al contempo di essere attraversato da una brezza nera. La ragazza dovette notare una smorfia scura sul mio viso, e la fraintese.
"Ci sono ancora tante cose che devo dirti... e ti confesso che per te sarebbe meglio starmi lontano e non avere nulla a che fare con me e con la mia famiglia! Tuttavia... mi sembra di aver capito che tu..."
"Ora che so dove abiti sarei capace di venire a rapirti di notte, se ti rifiutassi di incontrarmi!"
"...Ma non ne avrai bisogno: non ho intenzione di perderti ancora, e passare le notti, prima di addormentarmi, abbracciata al cuscino a pensare a quanto tu sia bello e affascinante, e a quanto avrei voluto poterti conoscere meglio..."
Sorrise. Le presi le mani e le sorrisi a mia volta.
"Sembra che non sarà facile... ma qualunque cosa ruoti introno a te e alla tua famiglia, sappi che non mi spaventa! E poi possiamo sempre fuggire in Cina..."
Scoppiò a ridere e mi chiese perché proprio in Cina.
"Chi vuoi che ci trovi in mezzo a tutta quella gente?", le risposi, ridendo a mia volta.
Mi baciò di nuovo e mi promise che mi avrebbe chiamato presto - il che presupponeva che io la informassi su quale fosse il mio numero, cosa che non mancai di fare. Poi aprì la portiera, si alzò, la richiuse e si diresse verso il cancello giusto, senza correre, a causa delle scarpe eleganti che indossava dalla sera precedente, ma anche senza attardarsi troppo, e cercando di non scivolare sulla neve. Mi parve incredibile come in circostanze così poco propizie riuscisse comunque ad ondeggiare le anche in una maniera ipnotica. E infatti mi ripresi dall'estatica visione solo quando la splendida sagoma del suo corpo, cinto in un mantello che lasciava intravedere l'abito lungo dai polpacci alle caviglie, sparì dalla mia visuale.

Il mio angelo fu di parola e mi chiamò il pomeriggio successivo. La sua voce sembrò tremare un poco, dapprima, quasi avesse paura che fosse stata tutta un'illusione. Confessai a me stesso di aver temuto la stessa cosa, e glielo dissi apertamente. Ciò fece sorridere e tranquillizzare entrambi.
Leah mi parlò di come la mia casa l'avesse fatta pensare al suo sogno di avere, un giorno, una famiglia in cui fosse una madre, con un adorabile marito, qualche figlio - numero imprecisato, e, naturalmente, uno o due gatti che gironzolavano fuori e dentro casa.
"Alla casa e al gatto penso io!", le dissi con tono allegro.
"Ah, Jaco, sapessi...", si fece triste. Ma io quasi m'illuminai nel sentirla chiamarmi in quel modo. Mi piacque da impazzire.
"Cosa?". Risposi sovrappensiero.
"Sai, mio padre... lui ucciderebbe chiunque mi si avvicinasse più che a un metro di distanza! Oh, a meno che non ci sia il suo esplicito consenso, intendiamoci!"
"Beh, vuole farti vivere in una gabbia?!"
"No, è che tiene a me ed ha una paura ossessiva..."
"Paura?", finsi di non capire.
"Sì, sai, ha dei nemici... non è stato sempre uno stinco di santo, e... beh, appunto, ha paura che qualcuno voglia vendicarsi per qualcosa facendo del male a me. Però, a dire il vero, non so più di questo... È tutto un mucchio di cose dette e non dette, non amo questa situazione. Ma come fai a cambiare delle cose che sono così da sempre?"
"A lui hai parlato del tuo disagio?"
"Penso che abbiamo discusso così tanto che avremmo potuto farlo una volta in ogni lingua esistente sul pianeta! Comprese le lingue fantasy!"
Mi misi a ridere, senza cattiveria. Il mio cuore era felice, malgrado i fardelli nascosti sotto a quella situazione. Ma l'inizio dell'amore è sempre euforia illogica. È l'abitudine a portare alla luce e risaltare i primi problemi. Prima non ci pensi, alla soluzione drastica, neppure se litighi tutti i giorni. Ma io e Leah nemmeno questo facemmo: il nostro neonato rapporto era una sorta di idillio, un equilibrio di pace e passione. O quasi.

Iniziammo a vederci con una certa regolarità, per le prime settimane. E facevamo di tutto, dai pomeriggi fra le lenzuola alle lunghe camminate nei parchi innevati, dalle visite ai musei alle serate al cinema. Leah aveva un repertorio di scuse collaudate sostenute da una struttura costruita durante anni di duro lavoro. Per esempio un corso di danza, che non aveva mai frequentato, le dava un pomeriggio e una sera libera alla settimana. Il solito caffè con un'amica, che in realtà da tempo non sentiva più, le concedeva persino due pomeriggi, e spesso una serata. Ma le serate erano piuttosto rare. Delle notti fuori non parliamo: l'impresa risultava quasi impossibile, per quanto fosse quella che rendeva le maggiori soddisfazioni. Come avesse poi sistemato la scusa della notte di Capodanno, era davvero assurdo. Aveva raccontato a suo padre che si era trattato di una scappatella con uno che non avrebbe più visto, si era beccata una lavata di testa, ma l'aveva tranquillizzato.
Rideva moltissimo in mia compagnia, sembrava un vero sole, diceva di sentirsi tremendamente libera. Non so se questo dipendesse più da me o più dal fatto che in mia compagnia si ribellava alle imposizioni con cui era costretta a fare i conti. Comunque fosse, esternava apertamente tutte le sue emozioni, e mi raccontava tutto, dalle sue fantasie proibite ai suoi problemi di stomaco, dai rapporti con la sua famiglia ai ricordi legati a sua madre. Non aveva molti amici, e nessuno davvero intimo. E l'unica amica che intima lo era stata l'aveva delusa profondamente in un momento cruciale, facendole crollare il mondo addosso. Eppure si era fidata subito di me, senza neppure saperselo spiegare.
Ogni volta che finivamo di fare l'amore - rigorosamente nel mio appartamento - si adagiava contro il mio petto e sospirava beatamente. Poi sollevava il volto verso di me, e mi toccava la punta del naso con la sua. Ma le poche volte che fece per parlare, con quegli occhi brillanti e quel sorriso incredibile, trovavo il modo per farla tacere o per defilarmi. Avevo davvero il terrore che potesse pronunciare quelle due fatidiche parole: non volevo pensare che potesse concepirle, che potesse provarle. Volevo pensare che era tutto un gioco, almeno per lei, che non ci fosse nulla di profondo, che avrebbe potuto fuggire in qualsiasi istante, qualora la cosa si rendesse necessaria - e sapevo che sarebbe avvenuto. Niente legami, niente sentimenti duraturi, solo piaceri temporanei, effimeri. Godere della mia compagnia, del mio corpo, del suono della mia voce, e null'altro. Ma quanto ero sciocco! Più le concedevo di trarre piacere dalla mia vicinanza, più in realtà la incatenavo a me, continuando a donarle cose che non aveva mai avuto, e che non voleva più perdere. Se solo avessi compreso!, mi sarei reso conto che quelle due parole che tanto temevo di udire erano solo suoni temporanei, in grado di comunicare una cosa, sì, ma non di cambiarla, che venissero pronunciati o meno.
La mia posizione era, in ogni caso, piuttosto precaria: da un lato temevo di concedere troppo spazio al suo cuore ed al mio, dall'altro non potevo allontanarla da me. Dovevo, anzi, avvicinarla il più possibile, tanto da convincerla a presentarmi al padre e tanto da convincere quest'ultimo che la mia persona e la mia presenza non costituissero il minimo pericolo per lui, e tanto meno per sua figlia. L'opposto di ciò che in sostanza era.

Arrivammo a San Valentino. Una di quelle subdole commercializzazioni di un concetto superiore che odiavo profondamente. Esattamente questa frase dissi a Leah, quando, il tredici febbraio, accennò alla cosa mentre mi raccontava al telefono di come i suoi genitori si fossero conosciuti. E mi rispose con quel suo risolino dolce e disinvolto.
"Ti ho ferita?", le domandai, improvvisamente preoccupato dalla sua reazione.
"Perché dici così?"
"Quando reagisci in quel modo... è come se nascondessi una reazione per non urtare qualcuno..."
"È incredibile che tu mi conosca già così bene!", sospirò e, lo sentii, sorridendo davvero.
"Sì, però, cazzo!, dovresti dire più apertamente quello che pensi, soprattutto quando ne va dei tuoi sentimenti! Altrimenti ti fai male da sola! E poi, scusa... con me puoi parlare!"
La sua voce si fece più dolce e un po' tremola. Mi spiegò che per questa faccenda dei suoi genitori, la cosiddetta "festa degli innamorati" per lei acquisiva un significato molto particolare, nonché alieno a tutte le speculazioni economiche del caso.
In conclusione non ci furono regali materiali: semplicemente Leah mi condusse nel luogo in cui sua madre riposava - e, lo giuro, non avrei mai creduto che una simile evenienza potesse essere intrisa di tanta dolcezza! Tanto mi colpì il fatto che accadde una cosa ancora più impensata: io stesso condussi la mia compagna al luogo in cui i miei genitori erano sepolti.
Si accovacciò davanti alla lapide e osservò le fotografie in essa incastonate. Sorrise e disse che ero molto simile a mio padre, e che lui doveva essere un uomo speciale. Acconsentii con un filo di voce, cercando di sembrare impassibile. Mi chiese com'era accaduto.
"Omicidio... Erano andati in banca a chiedere una proroga per un prestito. Un rapinatore è entrato in quel momento... molte cose sono andate storte, degenerando in un sequestro. La loro morte è servita a far capire alla polizia che il criminale non stava scherzando. Così si sono salvati tutti gli altri. In questo schifoso mondo di menefreghisti era normale che due poveri straccioni si sacrificassero per tutti gli altri... in questo mondo di merda che non guarda in faccia a nessuno, di stereotipati, egoisti, narcisisti, profittatori, squali, ignobili strozzini, mentecatti che si atteggiano a geni e geni che non ascolta nessuno, usurai, rinnegati, scatole senz'anima che milioni di persone ascoltano, e l'ignoranza fa scalpore, e la cultura è troppo complicata perché la gente comune si sforzi ad apprezzarla: meglio gigantografie di Barbie rivestite in pelle umana..."
D'improvviso mi resi conto di ciò che stavo dicendo e mi bloccai, scusandomi per il mio impeto incontrollato e piuttosto irrazionale.
"A dire il vero era piuttosto affascinante... Ma mi trovo costretta ad opinare che anche in questo mondo marcio almeno qualcosa di buono deve esserci..."
"Sì: tu..." sussurrai, abbracciandola e sfiorandole le labbra. "Papà, mamma, questa è la donna che amo... non è fantastica?" dissi poi, rivolgendomi al sepolcro.
A malapena realizzai ciò che avevo detto con quella naturalezza sconcertante. Lei, al mio contrario, fece un sorriso incredibilmente felice, ringraziandomi per averle fatto un regalo così bello. Poi prese una delle mie mani, indietreggiò di qualche passo, trascinandomi, e mi invitò a seguirla.
"Dove?" sorrisi, un po' con malizia.
"Anch'io voglio presentare a mio padre l'uomo che amo."

 

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