Jacopo

 

Otto - L'Ispettore


Quell'uomo, alto, un po' biondo e un po' grigio, con un fisico piuttosto possente, con un'eleganza disinvolta e rara, vestito in maniera ricercata ed impeccabile, nel suo stile, con la carnagione un po' abbronzata a ringiovanirlo, con le mani incrociate dietro la schiena, camminava avanti e indietro quasi a voler solcare il pavimento secondo una precisa linea. Poi si bloccò, alzò lo sguardo chiaro, di una tinta insolitamente mista fra azzurro e verde, nel mio. Piegò uno degli angoli della bocca in una smorfia di impazienza, prima di riprendere a camminare. Sembrava proprio che cercasse parole adatte per esprimere un concetto che nella sua testa era fin troppo chiaro.
Presi un sorso del mio Black Bush - ottimo Whiskey irlandese, lo feci rotolare sul palato, assaporando tutto il gusto che esisteva dietro all'esperienza della distilleria legale più antica del mondo, posai il bicchiere di pregiato e ricamato cristallo sul tavolino in ciliegio davanti a me, incrociai le mani sullo stomaco ed attesi.
Finalmente, si fermò di nuovo. Si sedette su di una poltrona di fronte a me e non mi levò più quello sguardo incredibile di dosso. Se non avessi saputo che lui era in realtà la mia preda, forse mi sarei impressionato.
"D'accordo, ragazzo." Iniziò così, prima di tacere ancora un momento. Era evidente che ci teneva a farmi sentire un giovanotto, e, forse, dieci anni prima ci sarebbe anche riuscito. Ma, dieci anni prima, gli avrei anche sputato in un occhio, insultandolo. Ora mi limitai a sorridere in maniera divertita. Finse di non notarlo, e riprese.
"Ammettiamo che tu sia davvero un bravo ragazzo pieno di buone intenzioni... ti aspetti comunque che io dovrei crederti sulla parola? Ti aspetti che io permetta alla mia bambina di uscire liberamente con uno sconosciuto?"
Sorrisi ancora.
"E lei si aspetta davvero che Leah le permetterebbe di impedirle di vedermi?". Misi un forte accento sulla forma di cortesia, ma tentare di fargli capire che ero un uomo e non uno sbarbatello pareva arduo. E questo può divenire un poco fastidioso, quando gli 'enta li hai superati da un po'.
"Cosa vorresti dire?", scattò, quasi fulminandomi con lo sguardo.
"Io credo che lei lo sappia: dovrebbe conoscerla meglio di me. E, a parte ciò, la considera davvero tanto sciocca ed ingenua da mettersi con un poco di buono?"
Si alzò e ridacchiò, inquietandomi un poco. Riprese a camminare. Mi sentivo un imbecille finito in qualche secolo addietro, lì, intento nella petizione al padre della mano della figlia. E la mossa della mia amata di lasciarmi solo con il genitore con la banale scusa di cambiarsi d'abito non sarebbe rimasta impunita. In ogni caso, dissimulare puro sangue freddo era una recita in cui ero fin troppo esperto.
"Sei interessante, lo ammetto. Il tuo bell'aspetto mi aveva naturalmente fatto comprendere il motivo per cui mia figlia si era dileguata con te a Capodanno. Evidente che tu eri troppo immerso nell'ebbrezza della tua conquista per accorgerti di essere sorvegliato, quella sera. Ho compreso presto che non avevi cattive intenzioni, e da allora vi ho lasciati fare piuttosto liberamente, mi chiedevo solo quando Leah si sarebbe decisa a presentarti a me... e questo è avvenuto prima di quanto mi aspettassi. Devi davvero avere qualche qualità che ancora mi è sconosciuta. Forse quelle rughe che appaiono sulla tua fronte talvolta, portandosi dietro il segno di chissà quale profondo e meditato mutamento della tua indole, forse i tuoi occhi che sembrano guardare il mondo come se ormai avessero già visto tutto..."
Non che fossi completamente sorpreso dalle sue rivelazioni, probabilmente mi sarei stupito maggiormente del contrario. Furono piuttosto le sue acute considerazioni sulla mia persona ad interdirmi: era incredibile la facilità con la quale quell'uomo leggeva la vita di qualcuno osservando il suo viso.
"Bene, dunque!", riprese poi, sedendosi nuovamente, soddisfatto. "Sei decisamente benestante, se non di più. Ma ora vorrei sapere cosa hai fatto nella tua vita e quali sono le tue intenzioni future, Jacopo. Mi perdonerai se sono franco, ma c'è qualcosa in te che non mi convince pienamente, malgrado tutto."
Non mi restava che scegliere quale dei miei passati inventati potesse adattarsi nella maniera più verosimile possibile alla situazione. Solo una cosa mi tornava poco: come mai Ian, pur avendomi fatto osservare con tanta attenzione, non aveva neppure un indizio sul mio passato?
Stavo per scegliere la versione in cui mi dicevo esiliato in un convento alla ricerca della mia anima, quando, con mio grande sollievo, la figura disinvolta e sensuale di Leah fece infine la sua apparizione nel salotto.
"Allora, come vanno le cose fra i miei uomini preferiti?" chiese sorridendo, e portandosi a sedere sopra di me.
Il padre la osservò in silenzio e forse bloccò un moto di fastidio. Malgrado la sua dichiarata rassegnazione al fatto che sua figlia avesse un cuore in grado di battere per altri che lui, pareva comunque contrariato dall'idea che le attenzioni della sua amata bambina potessero soffermarsi su qualcuno. Qualcuno che, oltretutto, l'aveva sfiorata, accarezzata e posseduta.
"Che ti prende?" domandò poi Leah, avvertendo un leggero moto sussultorio provenire da me.
Nella stanza era entrato un uomo sulla quarantina, bruno, con gli occhi che sembravano neri e, con un accento un po' particolare, il quale si accennava solo sulle cadenze di alcune parole, aveva avvertito il padrone di casa dell'avvento di un ospite atteso. Ian annuì e si alzò.
"Chiedo scusa: non avevo previsto la vostra visita ed avevo già un appuntamento d'affari. Leah, ti prego, invita il tuo Jacopo a cena una delle prossime sere, e potremo parlare più tranquillamente. Alekseij, vorresti per cortesia accompagnare tu i ragazzi?"
Fece un leggero inchino e si congedò definitivamente. Lo salutai con un cenno della testa, prima di riportare uno sguardo fermo su quello del mio sorvegliante.
Alla porta salutai la mia amata con un bacio piuttosto intenso, fingendomi incurante della presenza del terzo incomodo e, affiancato da quest'ultimo, raggiunsi la mia vettura, parcheggiata nel viale che divideva a metà il parco della villa.
"Aspetta, non dire nulla... fammi indovinare. Ti sei infiltrato già da tempo fra le fila di Echo per preparare il campo... io ero solo l'ultimo dettaglio. E non mi stupirei neppure nel pensare che il mio mandante mi stesse tenendo d'occhio da prima che uscissi dal carcere..."
"Mh. Diciamo che la prima parte è giusta e la seconda quasi. Non osservava solo te: faceva quello che fa di solito, e cioè tenere la situazione sotto controllo. Quando ti ha visto a capito che i tempi erano maturi."
"Cielo, che gran manica di stronzi patentati! E io che credevo di essere grave!"
Stavo per aggiungere il fatto che uccidere per denaro mi pareva pure meno ignobile di tutto quel mucchio di bastardate ben articolate, ma ebbi l'accortezza di fermarmi prima di espormi a tal punto. "Alëša" ridacchiò, chiuse per me la portiera dell'auto dopo che mi fui accomodato al posto di guida e mi osservò mentre mi allontanavo - come testimoniava lo specchietto retrovisore. Tutto sembrava fin troppo evidente: il doppiogiochista era stato altresì ingaggiato da Ian per sorvegliarmi quale potenziale minaccia per sua figlia. Inutile ripetersi che quest'ultimo l'aveva tranquillizzato sulla mia attendibilità. Così, improvvisamente, mi resi conto che il russo era un tassello ad incastro perfetto, al punto che pareva il telaio in grado di sostenere l'intera trama. Quasi sorprendente pensare che un uomo con tante abilità lavorasse alle dipendenze di qualcun altro. Era evidente che dovesse ottenerne un grosso guadagno personale.
Intanto, la confusione sembrò iniziare a diradarsi. Da parecchio sapevo che dovevo intraprendere qualcosa, giocare un ruolo che mi permettesse di tornare alle redini del folle carro su cui percorrevo la strada della mia vita. E, improvvisamente, capii che cosa. Così, mentre stavo per raggiungere casa, cambiai direzione e mi diressi verso un luogo che da qualche tempo avevo evitato.

"Iniziavo a preoccuparmi sul serio!" esclamò il mio unico amico, mentre mi poneva davanti una tazza di infuso fumante.
"Cos'è?"
"The di gelsomino, ottimo tranquillante. Almeno per me. Quindi te lo consiglio."
"Beh, grazie..."
Sorseggiai con piacere la tisana, ne sentii il calore discendere lungo la gola e rincuorarmi il petto. E poi sospirai.
"Non ti piacerà affatto ciò che sto per dirti. Anzi, probabilmente mi butterai fuori a calci, se non di peggio... e non ci rivedremo mai più." Lo informai, con un tono quasi ironico.
"Mi piacciono le sfide!... è una bella premessa, continua."
"Temo di non avere altra scelta. Per la prima volta nella mia vita, ho bisogno dell'aiuto di qualcuno."
Quando alzai lo sguardo dal the a Iulius, lo vidi fissarmi con un'aria piuttosto incuriosita. Dal canto mio, mi sentii improvvisamente vulnerabile: avevo davanti a me la prima persona a cui avrei raccontato tutto di me, senza nulla tralasciare. Eppure, in qualche modo, non avevo paura. Confidavo nel fatto che lui avrebbe capito.


Lui era l'uomo con il nome più strano collegato all'aspetto più incredibile che mi fosse mai capitato di incontrare. Sembrava quasi uscito da un fumetto giapponese. Viso sottile, occhi verdi come la giada e un po' felini, corpo alto, snello, slanciato, capelli curatissimi, neri come la pece, lunghi e lisci come la seta, raccolti in una ordinata treccia. Non era la prima volta che lo vedevo - era difficile dimenticarsi di un uomo simile. Lo ricordavo bene, seduto nell'aula del tribunale, intento a fissarmi con qualche ruga in meno sul viso e molto più fuoco giovanile negli occhi. Avevo poi scoperto che aveva contribuito alla mia cattura, ma che non era mai stato soddisfatto del verdetto. Convintissimo che le mie mani fossero macchiate di molti altri misteriosi omicidi, era rimasto parecchio frustrato dal fatto di non poter dimostrare la sua tesi.
Già, l'avevo visto in passato... ma non gli avevo mai parlato, fino a quel momento. L'ispettore Constantine Sullivan - l'aspetto di un fauno ed il nome di un imperatore. Non da ultimo, il passo di un generale. Questo, perlomeno, mentre girava davanti a me come una tigre in gabbia. Ed io, tranquillo, armato di una delle mie espressioni quasi beffarde, me ne stavo seduto in poltrona, con la mia tazza di the al gelsomino - la mia ultima grande scoperta in fatto di bevande - in mano.
"Scusate, si è riaddormentato..." intervenne dal nulla Iulius, dileguatosi non appena lo sbirro aveva varcato la porta.
"Che fine ha fatto la balia?" domandai io.
"Ah, sai, l'abbiamo licenziata... era un'incapace, Alexis stava per impazzire. Non mi ha ancora detto se ne vuole un'altra... però intanto quando va a fare shopping il bambino lo devo guardare io... e nessuno della servitù è in grado di calmarlo, quando ci si mette!"
"Ah..."
"Insomma, basta!" intervenne inaspettatamente Sullivan, battendo un pugno su un tavolo nei pressi del quale il suo inquieto errare l'aveva condotto.
"Ah, Constantine! Scusa, mi ero distratto..." rispose Iulius, tutto sorridente.
"Ma che cazzo! Mi dici di venire subito qui, perché è importante, urgente, e balle varie... io arrivo, e tu che fai?! Mi molli qui ad aspettarti... con quello lì!!" finì, indicandomi con uno sguardo infuriato e l'indice alzato.
"Calmati, sbirro..." reagii con tono velato di ironia provocatoria. In realtà osservare il suo sguardo, così carico di disprezzo, posarsi su di me, mi procurava un certo divertimento.
"Maledetto assassino!"
"Per essere precisi, ho sempre lavorato su mandato. 'Sicario', presumibilmente, sarebbe più corretto..."
"Ah! Ecco! Lo ammetti, bastardo, che hai ucciso molte altre persone!"
"Molte? Forse una trentina, per la verità..."
"AH!!" proruppe in una nuova esclamazione, sempre puntandomi il dito contro e con l'espressione dello scienziato che dice "eureka" e del gatto che infila gli artigli nel dorso del topo.
"Ehi, signori, ve ne prego! Fate un momento di pausa: dovremmo esporre i fatti in maniera più ordinata!" intervenne Iulius, con tutto il fare di un paciere.
"Cioè?!" esclamò, sempre stizzito, il poliziotto.
"Ebbene... siedi, Constantine, te ne prego! Sai bene che ti sono sinceramente amico..."
Mi piacque ascoltare tutto il preambolo del conte che, nondimeno, tendeva a parlare con toni da personaggio di un romanzo ottocentesco. Infine, comunque, il corvino si lasciò convincere a prendere posto su di un divano e si disse disposto a stare a sentire il motivo per cui era stato chiamato. La parola passò dunque a me.
"Mio caro ispettore... che tu ci creda o no, posso dirti che dieci anni di carcere possono essere forse inutili per un uomo con l'anima totalmente compromessa, come ne ho incontrati molti, in effetti. Tuttavia, possono sortire effetti diversi su uno spirito che era disperato ma non del tutto perso. Tutto questo per dire, tradotto in parole molto semplici, che non ho alcuna intenzione di riprendere il mio vecchio 'lavoro', ora che ho finalmente scontato la mia pena. Oh, certo, è stata una pena comminata unicamente sulla condanna di uno solo dei miei delitti, eppure... ah!, per un giovane di soli ventiquattro anni, abituato ad una libertà quasi assoluta, sappi che può pesare molto di più che per altri!"
"Oddio, vorresti farmi credere che hai ritrovato la tua buona anima?!" esclamò in un moto di puro scetticismo e sospetto.
"Forse non quella... ma almeno la volontà di vivere in pace, senza nulla che rischi di compromettere la mia tranquillità. Le meditazioni di genere religioso sono un altro argomento..."
"E dovrei davvero crederti?! E poi lo vieni a dire a me? Perché? Da un assassino... pardon, sicario, che è stato anche un terrorista dell'I.R.A.!..."
"Non entriamo nella questione irlandese, per favore... 'terrorismo' non è un termine che si addice a tutte le correnti di pensiero esistenti su questo argomento..."
Non potevo certo stare a raccontare a Sullivan che una parte del -tanto- denaro guadagnato con le mie attività illegale era andato a sostenere i compagni di lotta che non avevo mai scordato. Per quanto le mie origini fossero soprattutto scozzesi, una parte del mio passato mi faceva sentire figlio dell'isola di smeraldo. Come se non bastasse, al di là delle argomentazioni del mio conversante, persino il suo aspetto tanto particolare aveva qualcosa che mi ricordava profondamente colui che era stato per me quasi un secondo padre: un uomo di nome Alroy. Forse era per i suoi capelli corvini tenuti lunghi, o per la forma felina degli occhi, o per la pelle chiara come l'avorio.
"Ehi, Jack, sei ancora tra noi?"
"Eh?"
Iulius mi aveva risvegliato all'improvviso dal mio torpore e dal mio soprappensiero. Cercai di cancellare in un istante la lotta per le sei contee dalla mia mente, per tornare a concentrarmi sulla situazione presente. Dalla quale, del resto, non mi sarebbe dispiaciuto fuggire, almeno per un po'.
"Scusate..." dissi, strofinandomi gli occhi.
"Vuoi che continui io?"
"No! No... è meglio che gli spieghi io. Ecco, sì, dunque, il preambolo è finito."
"Alleluia!" commentò l'ispettore. Mi limitai a lanciargli un'occhiata eloquente, prima di continuare.
"Fatto sta che io non voglio altro che vivere la mia vita tranquillamente..."
"...usando tutti i milioni che hai guadagnato ammazzando gente su commissione..."
"Ecco, sì, più o meno. Comunque... che c'è?"
Sia Sullivan che Iulius avevano fissato su di me uno sguardo piuttosto sconcertato, notando la naturalezza con cui avevo reagito a quella provocazione. Finsi di non farci caso e decisi di continuare prima che mi dessero risposta: la conversazione stava già iniziando ad andare per le lunghe, per i miei gusti.
"Comunque, dicevo, non sono passati che pochi giorni dalla mia scarcerazione a quando sono stato 'contattato' da un uomo di Shinju..."
"CHECCOSA?!!" balzò in piedi l'ispettore, iniziando a blaterare una serie di frasi che, se venissero scritte, non avrebbero spaziatura fra le parole né segni di punteggiatura.
"Ehi, piano, ricordati di respirare mentre parli, o diranno che ti ho ucciso io..."
"Jacopo, ti prego! E tu, Constantine, vuoi calmarti ed ascoltare tutto fino in fondo, per cortesia?!"
Ci volle ancora un momento, ma finalmente l'ispettore parve calmarsi... di nuovo.
"Dicevo che Shinju... come lo chiamavano, una volta? 'Ryu l'oscuro', o una cosa del genere? Vabbè, comunque sia, ha pensato bene di commissionarmi uno dei suoi 'lavoretti'..."
"E tu gli avrai detto che sei in pensione, immagino!" interruppe di nuovo il corvino, facendo rotare le pupille.
"In effetti, ci ho provato. Ed è stato precisamente in quel momento che quello stronzo è passato al ricatto!"
Mezzo minuto di silenzio. Era evidente che il tono con cui avevo pronunciato l'ultima frase aveva posto un accento di serietà sul discorso. Ci misi poco ad esporre i fatti restanti, pur evitando di menzionare il mio coinvolgimento emotivo con una delle vittime. In quanto a Sullivan, dal momento in cui avevo pronunciato il nome del mio mandante, si era fatto più attento e più disposto a credere alle mie parole. Per quale motivo, d'altronde, l'avrei coinvolto in una faccenda del genere, se avessi mentito? Inoltre, la presenza di Iulius quale garante fu decisiva per siglare il nostro accordo.
"Ebbene, Jacopo..." esordì poi il poliziotto, dopo un altro attimo di silenzio ed un profondo respiro.
"Ebbene?"
"Ebbene, sono disposto ad accettare la tua collaborazione per la cattura di Shinju. Non dico che questo eliminerà la criminalità dalla città ma, diamine, ci darà una mano a portarci avanti! Solo... devo conoscere le tue condizioni."
"Senti..." presi la parola dopo un sospiro, a mia volta "...non è che ce ne sono molti altri come te, ligi al dovere, e convinti che debbano ancora dare la caccia al mio passato, vero?"
"Se questo ti conforta, mi danno tutti del fissato..."
"E con questo, ecco ciò che chiedo: voglio vivere in pace. Tutto qui. Voglio che vi dimentichiate di me, dei miei milioni, della mia parte di attivista fra gli Óglaigh Na hÉireann, di tutte le balle varie!"
"Gli 'o' cosa?!" chiesero stupefatti ed in contemporanea gli altri due.
"È gaelico... ah, lasciate perdere! Comunque sia, ecco, è così. Ah, e poi, naturalmente, dovete promettermi che la ragazza verrà salvata, che non mi farete fare cose assurde da attore di film d'azione o cazzate varie! Insomma, direi che l'ideale è decidere insieme una strategia, cercando di trovare un accordo..."
"Veramente questo dovevo dirlo io... comunque va bene, accetto. Del resto facciamo spesso di queste cose con i nostri informatori..."
"Ah, va' al diavolo! Non permetterti mai più di usare certi termini da collaborazionista!! Questa faccenda è nel mio interesse!"
"Già... ma scusa... c'è una cosa che non mi torna... al di là della tua coscienza redenta..."
"Ehi, sbirro, non fare domande strane, ok?! Ti ho già detto tutto!" troncai, intuendo la direzione che il discorso stava prendendo.
Finì che l'ispettore mi assicurò sul fatto che l'accordo poteva dirsi fatto: gli serviva solo un assenso formale del suo superiore, ma più volte mi ripeté come questo non avrebbe rappresentato un problema. Ci lasciammo convenendo di non avere contatti se non tramite il nostro comune amico miliardario e stabilendo che presto ci saremmo ritrovati per discutere la strategia da adottare. E poi Iulius mi invitò a lasciarmi coccolare un po' dal suo idromassaggio, mentre lui si faceva la sua nuotata quotidiana, e a restare a cena, perché Alexis ne sarebbe stata felice. Inutile dire che ci accordammo sul non dire nulla a lei di tutta questa faccenda, per non inquietarla, e scuse varie. Del resto, nulla poté mai togliermi dalla testa la convinzione che il mio amico si sentisse un angelo salvatore dei redenti, con la dose di modestia che ciò comporta. Anche se allora, in realtà, ancora non comprendevo a pieno il motivo di questa sua inclinazione.
Per la prima volta da quando quella faccenda era iniziata, potei tirare un sospiro di sollievo e pensare a Leah con minor peso sul cuore.
Alexis, dal canto proprio, mi invitò a portare la mia ragazza a cena da loro.
"Quale ragazza?"
"Andiamo, non prendermi in giro! Sei sparito per settimane, e l'ultima volta che Ius ti abbiamo visto tu eri in compagnia di una bella ragazza rossa... pure ben più giovane di te. Non sono mica scema!"
La tesi della donna, in effetti, era purtroppo inconfutabile.

 

-> Continua...

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